L’oro sale, il dollaro scende e fioriscono teorie del complotto. Davvero la moneta americana è destinata a farsi superare da altre monete e dal lingotto come valuta di riserva e di transazione? Tutti rispondono in coro «no», si tratta soltanto di speculazione. Fatto sta che, da quando l’«Independent» ha pubblicato l’articolo di Robert Fisk (1) sul Grande Gioco per sostituire il dollaro, l’oro non ha fatto che crescere. Fisk racconta di un incontro a Hong Kong tra grandi banchieri in cui la Cina, il Giappone, la Francia e i  paesi del Golfo (Arabia Saudita, Abu Dhabi, Kuwait e Qatar) si sarebbero messi d’accordo per cominciare a pagare le commesse di petrolio in altre valute e oro invece che unicamente con i dollari. Anche Brasile e India avrebbero mostrato interesse per queste transizioni «non legate al dollaro». I critici affermano che Fisk ha esagerato, e con tutta probabilità è vero: se anche le transazioni petrolifere non avvenissero in dollari, cambierebbe poco (2). Ma il mercato ci ha creduto, il «Financial Times» riporta l’opinione di chi pensa che l’oro potrebbe arrivare a 1.500 dollari l’oncia (3), un record di sempre. Forse, più che crederci, il mercato ha continuato un’operazione in corso da qualche tempo (4).

Ci sono alcuni fatti. Tra maggio e giugno Pechino ha venduto 25 miliardi di dollari delle sue riserve (e Mosca 20, nello stesso periodo): una parte minima rispetto all'ammontare totale, ma il fatto è strategicamente importante. Negli ultimi anni la Cina ha aumentato le proprie riserve in oro del 75 per cento, arrivando a più di 1.054 tonnellate di lingotti (5). Infine abbiamo le ultime dichiarazioni che  sono nel solco delle ultime tendenze: il dollaro così basso rischia di mettere a repentaglio gli equilibri mondiali, a tutto danno della ripresa e soprattutto della ripresa americana. All’inizio della settimana, infatti, il sottosegretario generale per gli Affari economici e sociali dell’Onu, il cinese Sha Zukang, ha chiesto (6) una nuova valuta mondiale di riserva per eliminare «i privilegi che gli Stati Uniti traggono dalla supremazia del dollaro» (7). Le banche centrali asiatiche intanto sono intervenute per impedire che il rapporto tra le loro valute e il dollaro diventi insostenibile (8) per quei paesi che sono abituati a esportare sul mercato americano.
 
Naturalmente, l’Amministrazione di Obama sa che una valuta debole non è sostenibile nel lungo periodo, soprattutto se il deficit raggiunge – nel solo 2009 – 1,4 trilioni di dollari (9). Il deficit federale in parte è finanziato dall’estero. Se il dollaro continua a cedere, sarà difficile che l’estero trovi appetibile comprare le obbligazioni in emissione e quelle in scadenza. Un fatto poco notato riguarda la borsa statunitense: dal 2000, quando era a 1.500 punti, a oggi, quando è a 1.000 punti, è flessa – in euro –del 50 per cento. Dunque gli europei in termini assoluti ci hanno rimesso. E ci hanno rimesso anche in termini relativi: la borsa tedesca infatti ha fatto molto meglio. Con il dollaro sistematicamente cedente, dunque, agli europei – e, si noti, anche agli statunitensi – potrebbe convenire investire da altre parti, ma non negli Stati Uniti.
 
Secondo Simon Johnson, ex economista del Fondo Monetario, dietro il dollaro debole c’è un piano (10) dell’amministrazione Obama: tenere il dollaro basso fino alle elezioni di mid-term del 2010, in modo da fare ripartire il settore manifatturiero con salari bassi e costi contenuti. In più, la merce importata così diventa meno appetibile, a tutto vantaggio del mercato interno. Soprattutto, ci sarebbe un aumento della domanda di forza lavoro, il che andrebbe ad abbassare la disoccupazione. Dunque il «partito del dollaro debole» avrebbe come primo iscritto l’Amministrazione. Ci permettiamo di dissentire: il dollaro debole come strumento di rilancio economico – tralasciando gli aspetti finanziari ricordati prima – poteva funzionare con un’economia non globale, ma non oggi. Immaginiamo due fabbriche di scarpe, una in Cina e una negli Stati Uniti: se il dollaro cede, le scarpe cinesi non vengono più comprate mentre quelle americane sono vendute in gran numero, con la maggior domanda di scarpe che fa aumentare l’occupazione. Ora immaginiamo che la fabbrica di scarpe sia da molto tempo solo in Cina: la svalutazione del dollaro non ha alcun effetto immediato sulla produzione e l’occupazione statunitense, mentre forse – diciamo «forse», perché bisognerebbe stimare l’elasticità della domanda – cadrebbero la produzione e l’occupazione in Cina. Si potrebbe forse registrare un effetto nel lungo termine, quando, dopo anni di dollaro debole, e dopo che ci si convince che il dollaro resterà debole, si riaprono forse le fabbriche di scarpe negli Stati Uniti. Non si capisce – in conclusione – perché mai l’Amministrazione dovrebbe sposare la politica del dollaro debole se come risultato finale si hanno attività finanziarie meno attraenti e non si rilancia l’economia reale.
 
Insomma, non è razionale per Obama stare nel «partito del dollaro debole». Eppure questo partito esiste. Come ha scritto David Malpass sul «Wall Street Journal» (11), si ha chi guadagna comprando oro e materie prime, che salgono con il dollaro debole, e si ha chi porta su la borsa, perché vende i dollari allo scoperto e con il controvalore compra azioni (12); guadagnare grazie alla propria moneta debole è un modo di investire da «terzo mondo», sottolinea Malpass.
 
Sia consentita una digressione. Malpass ha ragione. Una volta in Italia si attendeva con malcelato entusiasmo l’effetto positivo sui portafogli della svalutazione della lira. Le azioni e le obbligazioni estere salivano subito in lire, e, dopo la svalutazione, la borsa italiana ripartiva sulla motivazione che sarebbe riapparsa la ripresa. Peccato che i rendimenti dei BoT, CcT e BTp fossero così alti – e lo erano perché includevano, oltre all’aspettativa di svalutazione, anche un «premio per il rischio» – da produrre una crescita del debito pubblico che è diventata un grazioso regalo per le generazioni che verranno. Nel breve termine, il meccanismo era attraente: si avevano alti rendimenti sulle obbligazioni, e ogni tanto si guadagnava molto grazie al cambio e ai suoi effetti. Nel lungo termine, il meccanismo era attraente per chi non doveva pagare le imposte sulle manovre straordinarie di correzione e per chi non aveva figli, che avrebbero pagato più imposte e ricevuto meno servizi pubblici. Detto con una battuta: il mercato finanziario da «terzo mondo» funziona per gli evasori senza figli. Grazie all’euro, questo meccanismo non c’è più.
 
Riprendiamo. La tentazione del dollaro debole c’è e ha anche interessi «corposi». Oltre agli investitori, si hanno le imprese che possono indebitarsi in dollari, investire all’estero e, con i ricavi valutari esteri, chiudere il debito acceso a suo tempo in un moneta che nel frattempo si è indebolita. Sembra una grande idea – indebitarsi nella moneta debole con i ricavi in monete forti –, tuttavia Malpass ricorda l’esperienza britannica: negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la sterlina si indeboliva e l’Impero stava ormai cedendo del tutto, le imprese britanniche si finanziavano in sterline e investivano all’estero. Così guadagnavano molto. Alla lunga però il tasso di crescita, la borsa e la sterlina sono andati peggio del resto del mondo. Non si investe in ricerca e in impianti in un paese con la moneta strutturalmente debole; dunque alla lunga la produttività cresce poco e con la produttività modesta la borsa non ha trazione.
 
Il «partito del dollaro forte» ha come iscritti i paesi che hanno impiegato le proprie riserve in dollari. I quali però si stanno convincendo che comunque alla fine perderanno e dunque si muovono alla ricerca di una soluzione. Essi creano – contro i propri interessi – il clima che indebolisce il dollaro. Il «partito del dollaro forte» dovrebbe avere come iscritta l’Amministrazione statunitense, che deve vendere il debito pubblico. L’Amministrazione potrebbe però essere tentata dall’idea del rilancio trainato dalla svalutazione – alla stregua di un governo italiano degli anni Settanta; e dunque potrebbe finire – contro i propri interessi di lungo termine – nel «partito del dollaro debole». Infine, fanno parte del «partito del dollaro debole» coloro che comprano tutto quel che sale se il dollaro scende – la finanza centrata sul trading, ma non i fondi pensione – e le imprese che investono all’estero.


La nota è stata pubblicata in forma ridotta su Il Foglio del 13 ottobre 2009


(1) http://www.centroeinaudi.it/notizie/complotti-contro-il-dollaro.html

(2) http://www.foreignpolicy.com/articles/2009/10/07/debunking_the_dumping_the_dollar_conspiracy

(3) http://www.ft.com/cms/s/0/51671c84-b372-11de-ae8d-00144feab49a.html

(4) http://www.centroeinaudi.it/commenti/lettera-di-un-abbonato-/-ii.html

(5) http://www.financialpost.com/news-sectors/story.html?id=2071503

(6) http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5gIxkD4gVqrrAaL_byxq75287MWHg
 

(7) Sergio Rossi, Oltre il dollaro, Quaderni speciali di «Limes»: La Cina spacca l’Occidente

(8) http://www.ft.com/cms/s/0/1e894c54-b40f-11de-98ec-00144feab49a.html

(9) http://www.nytimes.com/reuters/2009/10/07/business/business-uk-usa-budget.html

(10) http://www.thedailybeast.com/blogs-and-stories/2009-10-06/obamas-secret-jobs-plan/?cid=hp:mainpromo2

 

(11) http://online.wsj.com/article/.html

(12) http://www.centroeinaudi.it/commenti/lettera-di-un-abbonato-/-iii.html