Lo choc finanziario del 2008 non è stato causato dalla mancanza di regole, ma dall’avida irresponsabilità di un gruppo di banche interconnesse tra loro. La soluzione predisposta  dall’Amministrazione americana non ha sanzionato le irresponsabilità, anzi, ha fatto semmai il contrario: ha tacitamente acconsentito a ogni moral hazard, dando garanzia a priori di salvataggio certo. Il sistema non si è rafforzato, perché gli smottamenti sono stati rimessi a posto alla bell’e meglio, non sono state curate le cause – infatti, politicamente è filato via tutto liscio, la grande intesa fra Washington e Wall Street non si è rotta, a pagare sono stati soltanto Bernie Maddoff e i contribuenti –, quindi alla prossima crisi scoppieranno tutti, tutti insieme, sistema e politica. È questa la tesi sostenuta da John Key in un articolo sul «Financial Times» dal titolo «Too big to fail» is too dumb an idea to keep (1).

Il primo banchiere ad aver svelato questa realtà in modo schietto, scatenando una serie di critiche che ancora non si è interrotta, è stato Mervyn King, il governatore della Banca centrale inglese (2). Ha affermato che la regola «too big to fail» è uno scempio per un sistema competitivo, che le dimensioni degli istituti finanziari devono essere definite in base alla loro gestibilità e che il mercato non potrà mai tornare a funzionare – e per funzionare s’intende che una banca come Lehman Brothers possa fallire, se insolvente – se non si spazza via l’idea che il governo arrivi comunque in aiuto, quale che sia la condotta di banchieri e manager.

A giudicare dai tanti libri appena pubblicati negli Stati Uniti che ricostruiscono le vicende degli ultimi mesi dello scorso anno, Ben Bernanke non ha avuto la stessa lungimiranza di King, non per il momento almeno. Si vedrà nei prossimi mesi che intenzioni ha davvero il capo della Federal Reserve, visto che ha in mano un dossier di trilioni di dollari, deve tenere sotto controllo l’inflazione – quando l’Amministrazione Obama è preoccupata soltanto della disoccupazione (3) – e dovrà dire la sua su un’eventuale nuova tranche di stimoli dell’economia.

Come suggerisce John Key, sarebbe necessario ora spostare il centro dell’attenzione dalle banche al sistema finanziario. Perché le prime sono state salvate e ora registrano profitti record, mentre il secondo non è stato ristrutturato ed è ancora estremamente vulnerabile. Non soltanto alle ferite che possono arrivare dai banchieri ringalluzziti, ma anche alle bolle che stanno nascendo tra le maglie dell’aggressivo e distorsivo intervento statale. Se i governi si limitassero a introdurre qualche regola e qualche tetto ai bonus – come pare stiano facendo – il risultato potrebbe essere devastante: si salta tutti, tutti insieme, banche e politica. E a restare con il cerino in mano sarebbero, come è stato finora, i contribuenti.


(1) http://www.ft.com/cms/s/0/375f4528-c330-11de-8eca-00144feab49a,s01=1.html

(2) http://www.bankofengland.co.uk/publications/speeches/2009/speech406.pdf

(3) http://www.politico.com/news/stories/1009/28925.html