In questo autunno che in tutta Europa sa di estate, si susseguono elezioni i cui risultati sono difficili da prevedere e da interpretare. Alcuni elementi però ricorrono:

  • le città grandi e medie votano in modo diverso dai piccoli paesi e dalle aree rurali: in Slovacchia, dove si è votato il 30 settembre, il primo partito, con il 23 per cento, è SMER, appartenente (per ora) al gruppo dei Socialisti e Democratici nel Parlamento europeo, ma guidato da un ex comunista, nazionalista, più o meno filorusso, molto conservatore in materia di diritti civili; Bratislava, la capitale, è andata invece in direzione opposta, con il 31 per cento a PS, secondo arrivato a livello nazionale, un partito liberale, europeista e modernizzatore
  • i giovani votano per partiti – e con motivazioni – differenti da quelli per cui votano gli anziani;
  • si percepisce nel voto – e nelle campagne elettorali – l’emergere della “stanchezza” per la guerra in Ucraina, quando non di sentimenti e interessi filorussi preesistenti e in qualche modo “sommersi” durante il primo anno di guerra (di nuovo la Slovacchia)
  • le preoccupazioni di natura economica si addensano e predominano nello stato d’animo degli elettori, ma le campagne elettorali sono segnate in maniera esacerbata dal tema dell’immigrazione e spesso anche da quello dei diritti civili e della tutela delle minoranze, interpretati entrambi in chiave di rischio di “snaturamento” della società e dei costumi
  • si affaccia il rifiuto delle politiche di contrasto al cambiamento climatico
  • a destra e a sinistra emergono partiti antieuropei
  • gli elettori sono volubili: in Olanda (si voterà il 22 novembre), il partito oggi al primo posto nei sondaggi è stato fondato verso fine agosto, e quello che largamente prevaleva, sempre nei sondaggi, fino ad aprile, è un partito “rurale-populista” il cui consenso, esploso a inizio anno, sembrerebbe crollato nel giro di quattro mesi
  • i partiti di sinistra sono in difficoltà, quelli di destra più o meno tradizionale sono insidiati da nuove forze di destra più radicale: in Germania la Afd, un partito “nostalgico” del nazismo nonché filorusso, da mesi supera stabilmente nei sondaggi i socialdemocratici, e si prepara a un successo nelle elezioni di oggi in Assia e Baviera
  • i governi che ne risultano sono figli non solo dei risultati elettorali ma della capacità di formare coalizioni, dentro a panorami frammentati (così è in Spagna, che dopo le elezioni di luglio e il fallimento del tentativo di formare un governo da parte del leader del Partito Popolare Feijóo rischia di tornare alle elezioni a gennaio, se il socialista Sanchez non dovesse riuscire a costruire una maggioranza in parlamento; così è in Slovacchia e così sarà in Olanda).

Di queste elezioni d’autunno, la più importante è quella che si terrà domenica prossima in Polonia. È importante per la Polonia, è importante per l’Unione Europea, è importante anche per l’Italia. Ed è un caso esemplare, perché riassume tutte le complessità e le contraddizioni che abbiamo visto. In Polonia governa dal 2015 il partito Diritto e Giustizia (PiS), che chiede la conferma per il terzo mandato. Il governo – tradizionalista, autoritario, statalista – guidato dal premier Mateusz Morawiecki (foto grande) è in rotta di collisione con l’UE: la Polonia è sotto procedura di infrazione, e rischia di perdere i fondi europei che ne hanno sostenuto la crescita, soprattutto per le ripetute violazioni allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Parte delle opposizioni hanno costruito una coalizione (KO, Coalizione Civica), guidata da Donald Tusk, popolare, europeista, ex presidente del consiglio polacco, ex presidente del Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo, ex presidente del Partito Popolare europeo. La contesa è fra PIS e KO, ma si giocherà molto sul risultato – e sulle scelte – dei partiti minori (parrebbe evidente, vedi media dei sondaggi, che PIS sarà il primo partito).

La destra verso la vittoria, ma il governo dipenderà dal risultato dei partiti minori
La destra verso la vittoria, ma il governo dipenderà dal risultato dei partiti minori
Fonte: Politico.eu, Poll of Polls, 5 ottobre 2023

Tanto per complicare le cose, alle elezioni si accompagnano quattro referendum, privi di effetti giuridici ma indetti dal governo per “appesantire” il voto. Le domande – meglio, gli spauracchi – sono:

  • Approvi la vendita di proprietà pubbliche a soggetti esteri, di modo che la Polonia perderebbe il controllo su settori strategici dell’economia?
  • Approvi l’innalzamento dell’età pensionabile, compreso il ritorno ai 67 anni per uomini e donne?
  • Approvi l’abbattimento del muro fra Polonia e Bielorussia?
  • Approvi l’ammissione di migliaia di immigranti illegali dal Medio Oriente e dall’Africa, richiesto dal meccanismo di ricollocazione forzata imposto dalla burocrazia europea?

La campagna elettorale è greve e febbrile: Tusk viene accusato a turno di essere un fantoccio della Germania, una pedina dell’Europa “globalista”, il capo di una quinta colonna russofila. Un risultato secondario, ma non trascurabile, è stato quello di inasprire i rapporti già complicati con la Germania, con il rinnovo della richiesta da parte del governo polacco di 1.300 miliardi di riparazione dei danni provocati dalla Seconda guerra mondiale, a cui si è aggiunta una contesa sulle responsabilità dell’immigrazione irregolare (qualche giorno fa, la Germania ha sospeso l’accordo di Schengen al confine polacco).

Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo, qui con la presidente Ursula von der Leyen, guida il partito d'opposizione KO

Anche i rapporti con l’Ucraina, sostenuta a spada tratta dall’inizio della guerra, si sono incrinati: PiS, le cui roccaforti sono nelle aree rurali, accusa l’Ucraina di avere messo fuori mercato la produzione agricola polacca attraverso l’esportazione di grano concordata con l’UE (il governo ha reso noto, inoltre, che i generosi aiuti finora concessi ai profughi ucraini saranno cancellati nel 2024). I rapporti con Russia e Bielorussia sono pessimi, quindi la Polonia è in conflitto in questo momento non solo con l’UE a cui appartiene ma anche con quattro – i più importanti – dei suoi vicini.

A leggere i sondaggi, le possibilità sembrerebbero due: o Tusk avrà i numeri e la capacità per costruire una coalizione con la sinistra (Lewica) e i centristi di Terza Via (KP), o tornerà al governo PiS, con i centristi o con un nuovo partito di ultradestra – e filorusso – KONF (i tre partiti minori, sinistra, centristi ed estrema destra sono tutti intorno al 10 per cento).

Dal risultato dipendono, oltre alle sorti della Polonia, anche – almeno in parte – gli equilibri futuri dell’UE. Nonché le ambizioni continentali di Giorgia Meloni, presidente di ECR, il gruppo dei partiti conservatori nel Parlamento europeo, largamente dominato da Fratelli d’Italia e da PiS. Anche se è non chiaro che cosa guadagnerebbe l’Italia – e la sua Presidente del Consiglio – dal successo di un partito che fa campagna elettorale sul fallimento dell’accordo UE sull’immigrazione.