La pandemia da Covid-19 ci riserva ogni giorno decisioni politiche e affermazioni “scientifiche”. Non solo affermazioni: comitati, consulenti, articoli “scientifici”. Articoli e dati sulla pandemia vengono pubblicati prima come preprint e poi proposti a riviste con “peer review”, con intervalli spesso di mesi tra la prima apparizione e la pubblicazione. Il medico/l’infermiere appena vaccinato si ammala di Coronavirus. Ma allora il vaccino non funziona! Si era detto che l’immunità sarebbe comparsa 10 giorni dopo la seconda iniezione. Prima non sei protetto.

Perchè dare questa informazione? Che senso ha? Per schierarsi pro o contro qualche cosa. Pare che questa visione manichea sia l’unica possibile, o con me o contro di me.

Il virus è contro di me

Il virus è un poveretto senza coscienza, un frammento di vita fragile, che saltella da ospite a ospite. Il primo SARS era pieno di difetti, faceva morire l’ospite ed è scomparso rapidamente. Si è adattato e perfezionato nel pipistrello, che ha un metabolismo molto rapido, simile a quello di un uomo molto giovane, un bambino. E probabilmente convivevano felicemente, come sempre succede in natura. Nessuno vuole uccidere nessuno, tutti disperatamente cercano di vivere, anche se in una nicchia piccola e misera, usando i rifiuti degli altri. Le muffe, i batteri che si trovano nel terreno, sulle piante, ovunque si mangiano i detriti di organismi piu’ grandi morti o moribondi, e così tengono il mondo in ordine.

Tutto questo ci va benissimo, ci facciamo una scienza, l’ecologia. La scienza, istituzionalmente, dovrebbe servire a comprendere/capire i fenomeni che noi osserviamo. L’etimologia di comprendere/capire è inclusiva, contiene l’insieme dei fenomeni e cerca di capirne le correlazioni. Una scienza della guerra e dell’esclusione non è una scienza, forse una politica, e comunque inadeguata.

Le guerre sono sempre perdenti, compresa quella contro la stupidità. Torniamo ai Virus.

Herpes

I virus della famiglia dell’herpes li conoscono tutti: la varicella, l’herpes labiale, il fuoco di Sant’Antonio. Tipicamente vanno e vengono i sintomi. Ma sempre nello stesso posto: il virus non va via mai. E’ una convivenza solo raramente difficile. E’ inutile usare gli antivirali, ti tolgono i sintomi per un pò ma poi ricompaiono. Se ragioniamo in termini di comprensione del fenomeno vediamo che la crisi si manifesta quando il ferro a disposizione delle cellule infette non è sufficiente per virus e ospite. Il virus ha una capacità di legare il ferro superiore alla mia e quando il ferro è basso la mia cellula soffre, perchè senza ferro non riesce a respirare e produrre energia. Senza energia un nervo trasforma ogni sensazione in dolore, una cellula cutanea muore creando vescicole e piccole ulcere.

Pubblico un lavoro nel 2010 (scientifico, rivista internazionale. IF buono, Iron metabolism markers and haptoglobin phenotypes in susceptibility to HSV-1 or/and HSV-2 lesion relapses.), legando la comparsa dei sintomi ai bassi livelli di ferro, facilmente misurabili, e curabili con una integrazione semplice e poco costosa. Risoluzione dei sintomi in 3 giorni, con l’antivirale 5.  Spiego come la carenza di ferro possa dipendere da fattori dietetici e genetici.

Immagino che questa spiegazione corretta del sistema possa portare alla soluzione dei problemi derivanti da questi virus in maniera semplice, non tossica, poco costosa, e autosomministrabile da chiunque. Dopo dieci anni due sole citazioni su riviste di nicchia, e non citate per il significato generale. Mentre qualunque paziente, qualunque farmacista, e qualunque medico continua ad usare l’antivirale propagandato dalla pubblicità: combattiamo il nemico (guerra che perdiamo sempre, ma così continuiamo a produrre armi), non rendiamo pacifica la convivenza con gli altri abitanti del mondo. Eppure questo virus non è solo una fonte di disturbo. I suoi sintomi si manifestano quando l’organismo si indebolisce per carenze nutritive o per altre infezioni più subdole, è un segnale che ci dice di prendere provvedimenti per la nostra salute: un amico premuroso, a ben pensarci.

Con l’herpes le regole del gioco erano facili, il virus ben conosciuto, la terapia col ferro senza controindicazioni, ma anche così nessuno ha rinunciato alla strategia di guerra.

Covid-19

Con il Covid-19 le argomentazioni per la convivenza erano più difficili da trovare perchè il virus era nuovo, mutevole, di un tipo diverso. A RNA e non a DNA come la famiglia degli herpes. Anche in questo caso, però, appare chiaro che questa versione di SARS, rispetto alle precedenti, è molto migliorata, molto meno mortale e molto più infettiva.

Si sta avvicinando alla perfezione. Tutto da solo.

Quanti virus ci sono che girano per il mondo e si riproducono senza farrci del male? Non lo sapremo mai, perchè non ci accorgiamo di loro. Ci accorgiamo dei batteri nel terreno che lo rendono fertile? No, perchè non ci disturbano e non dobbiamo fargli la guerra. Purtroppo è migliorato, ma non abbastanza. Continua a fare un certo numero di morti e di malati gravi. Allora lo misuriamo su tutti e troviamo milioni di infetti, ma quasi tutti sani.  Fra qualche nuova versione perfezionata del virus (sempre che non ne alteriamo l’evoluzione, modificandone la selezione naturale, con vaccini che bloccheranno alcune varianti favorendo lo sviluppo di altre, non necessariamente meno pericolose) troveremo miliardi di infetti e nessun malato.

Tutti lavoreranno, andranno a scuola, in aereo, in vacanza. Come prima.

E con meno infezioni da virus concorrenti quali influenza, morbillo, rosolia. Queste malattie, sulla base dei test sierologici effettuati in vari paesi, inclusa l’Italia, stanno scomparendo. E allora? Quale strategia per una evoluzione del virus in questa direzione?

La mia proposta è di trovare il modo di non fare ammalare le persone, anche se si infettano col virus. Non solo asintomatici, ma sani. Ma per fare questo non bisogna pensare di andare a prendere le armi nel cassetto delle medicine, ma domandarsi come rendere tutti i fragili, possibili vittime del virus, il più simili possibile ai bambini che non si ammalano. E per fare questo bisognerebbe conoscere meglio le caratteristiche dei fragili. Non basta dire anziani, maschi, ipertesi, diabetici. Ma anche le cure che fanno, il luogo in cui abitano, e altri dati ancora che man mano si scopriranno rilevanti. La morte è del singolo, non della popolazione, e bisogna arrivare a capire le peculiarità del singolo. Per poter dire a quelli che non ricadono nella categoria dei fragili di stare tranquilli, e ai fragili che li renderemo più forti.

Eppure, in un mondo in cui il mio cellulare mi riconosce, mi consiglia i libri e il tipo di polpette per pranzo, io non riesco a sapere quale farmaco antiipertensivo, e con quali dosi, prendevano i pazienti con le forme più gravi di Covid-19.

Le fragilità e i vantaggi

Il problema è che molte delle cause della fragilità derivano dall’uso di procedure (produzioni industriali inquinanti, farmaci che curano un sintomo ma rendono l’uomo più fragile, le modalità di gestione degli anziani nelle RSA) economicamente vantaggiose e quindi largamente usate, che tuttavia scaricano sulla società gli eventuali danni collaterali. Sembra che l’unica scelta scientifica per questa situazione sia la vaccinazione, ma questo per il momento è più un augurio che una certezza.

Ripensare le strategie con cui si curano le malattie, si inquina il mondo, si mangia e si vive, per avere individui realmente meno fragili, è certamente una soluzione molto più complessa, ma non certo meno scientifica di quella vaccinale, e con minori effetti collaterali.

Guardando le caratteristiche dei pazienti che muoiono e considerando le modalità di interazione del SARS-Cov2 con il nostro organismo è possibile identificare la situazione metabolica complessiva del paziente a rischio e proporre delle soluzioni.

Seguendo una strategia di questo tipo, naturalmente migliorata e approfondita con l’esperienza e il contributo di tutti, si potrebbe ridurre il carico ospedaliero, ridurre le restrizioni alla mobilità, lasciare che le persone si infettino e si immunizzino in maniera naturale, senza vaccini frutto di manipolazioni tecnologiche.

SARS

Io mi sento preparato a gestire un virus che si è evoluto in modo da convivere con l’uomo, non a prevedere il comportamento nel tempo (mesi, anni, non 15 giorni) di un RNA progettato per entrare nel mio organismo superando le mie difese naturali. È preferibile, come da sempre succede con l’influenza, avere a che fare con un nuovo SARS ogni stagione, evoluto casualmente, che con nuovi SARS, selezionati dall’implacabile selezione esercitata dagli anticorpi prodotti dai vaccini. Mi aspetto un’evoluzione più rapida e la comparsa di nuovi ceppi in tempi molto più brevi (2/3 mesi?) e diversi a seconda del tipo di vaccino usato.

E qui entra in gioco l’economia (con la e minuscola).

Il mondo intero in un vortice sempre più rapido sarà coperto oltre che da miliardi di mascherine, da miliardi di siringhe, di contenitori di vaccini, da miliardi di test antigenici/molecolari moltiplicato per il numero rapidamente crescente delle varianti. La pandemia, in un mondo in cui il numero degli uomini infettabili è finito, non può avere un andamento esponenziale ma logistico, con un rallentamento progressivo degli infetti all’aumentare di quelli che la malattia la hanno già fatta.

Ma la produzione di vaccini e test, quella sì che in questo scenario avrà un andamento esponenziale, sottraendo risorse (finite) a tutte le altre attività umane, divenute improvvisamente futili e dispensabili: andare a scuola, viaggiare, incontrarsi, prendere il caffè al bar, chiaccherare col vicino sul treno….e altro.  Preferisco la mia strategia preventiva e fare….altro.

E se non riesco? Non mi rimane che la malinconia di vedere una volta di più la Scienza del capire inascoltata.

(i dati a supporto del discorso qui fatto si possono trovare a questa pagina e nelle pagine a questa linkate, che vengono periodicamente aggiornate con i dati delle varie fonti ufficiali)