L'idea in campo petrolifero è che nel 2017 le cose si disporranno in modo simile al 2016. Infatti, il prezzo del petrolio mostra segni di rimbalzo ma non di ascesa, ossia, alla fine, la sua tendenza sembra essere quella di una oscillazione intorno ai 55 dollari per barile.

 

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Quel che è emerso nel 2015 è stata la perdita della "presa" saudita sul prezzo del petrolio. Il prezzo del petrolio è ultimamente salito, ma le quote di produzione sono state solo congelate ai livelli massimi raggiunti negli ultimi tempi per molti paesi (Iran e, fuori dal cartello OPEC, dalla Russia ed altri Paesi minori), mentre solo i Paesi della Penisola arabica hanno deciso di tagliare (modestamente) la loro produzione. Con un prezzo intorno ai 50-60 dollari per barile una parte della produzione statunitense ottenuta frantumando rocce torna sul mercato.

  • Con il prezzo a questi livelli (vedi il grafico) e con il prezzo atteso per i prossimi anni all'incirca eguale (come si vede dall'andamento del mercato dei future), la “rendita petrolifera” (il reddito che si ha tolti i costi di produzione in rapporto al PIL) si è di molto ridotta rispetto al passato, ciò che mette una seria ipoteca alla generosità del Welfare saudita e di molti altri Paesi. Alla fine i Russi e gli Iraniani avranno una rendita petrolifera maggiore di quel che ci si poteva spettare nel 2015, e i Sauditi minore.
  • Nel 2017 non dovrebbe quindi esserci il timore dell'ingovernabilità dello Stato Sociale Petrolifero.
  • Allo stesso tempo non dovrebbe essere il timore di grandi ondate di vendite di attività finanziare per sostenere il livello di spesa di breve periodo - come avvenuto agli inizi del 2016 - perché il livello del prezzo barile è al doppio.