Quanto accaduto alla banca franco-belga Dexia è uno di quegli episodi sui quali la riflessione può sembrare noiosa, sebbene possa aiutare non poco a orientarsi in una materia che è sempre di attualità e che in alcuni momenti, come questo, lo è in modo particolare: la liquidità delle banche e dei mercati.

Il punto di partenza è la definizione delle attività che vanno a costituire il riferimento per i requisiti patrimoniali (c.d. Tier1) imposti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali. Questi valori sono stati calcolati a metà luglio dall’EBA (European Banking Authority) per verificare la tenuta delle banche: li abbiamo presi e li abbiamo confrontati con il valore contabile degli attivi per un campione significativo di banche quotate. La classifica rappresenta di fatto la visione della solidità dei sistemi paese applicata alle banche. In sintesi, alle banche tedesche viene riconosciuta una rischiosità degli attivi pari a ¼ del valore contabile, a fronte dell’80% attribuito alle banche greche.

Nel caso di Dexia, riguardo al tema in questo momento più attuale, ovvero la liquidità associata alla solvibilità, il meccanismo sembra non avere fornito le indicazioni che ci si aspettava. Dexia ha pagato almeno tre debolezze: 1) il forte squilibrio tra impieghi e depositi (oltre il 250%, sebbene in diminuzione); 2) una posizione di finanziamento a breve pari al 19% dell’attivo (€ 98 mld), di cui il 7% verso il sistema bancario, a fronte di 3) un portafoglio titoli in run-off (cioè illiquidi e con una vita media di 12,8 anni!) di pari importo che hanno generato perdite nel semestre per € 3 mld e la successiva situazione di insolvibilità.

Ricordiamo che l’Euribor, il tasso a cui le banche si prestano denaro, è definito da un insieme di 44 banche su base cosidetta unsecured (non garantita), vale a dire che se la banca che riceve denaro a prestito a tre mesi dalle altre banche non è in grado di restituirlo, le banche prestatrici hanno perso i loro soldi.

A questo punto, se la ponderazione degli attivi non è uno strumento efficace per garantire liquidità al sistema, alzare il livello dei requisiti patrimoniali (aumentando il patrimonio di vigilanza, o Tier1, dal 7 al 9%) senza modificare la definizione dell'attivo (RWA: Risk Weighted Asset = Attivi Rischiosi Ponderati) non sembra sufficiente a evitare l’effetto Dexia.

Questo è ancora più vero se si ripercorre brevemente la storia dei requisiti patrimoniali definiti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali con sede a Basilea, da cui il nome della normativa. I requisiti stabiliti da Basilea I negli anni Novanta tennero conto della bolla immobiliare giapponese, escludendo il valore degli immobili dalla ponderazione (vale a dire, applicando rischio zero) e permettendo alle banche nipponiche di essere sempre formalmente capienti nonostante l’evidente sopravvalutazione dei valori contabili delle case nei bilanci delle banche rispetto ai valori di mercato. Lo scoppio della bolla immobiliare avvenne senza particolare riguardo ai parametri stabiliti. Basilea II dieci anni dopo escluse i mutui ipotecari dalla ponderazione degli attivi bancari, liberando capitale per le banche ma permettendo in buona parte l’esplosione dei prodotti poi diventati tossici. Basilea III si trova a dover affrontare nuovamente il problema della rischiosità degli attivi, ma la vicenda Dexia potrebbe consigliare di modificare un approccio che non ha dato i risultati sperati.

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