L’acqua arriva dal cielo, ma consumarla in abbondanza e senza alcun timore per la salute ha un costo. Essa va prima depurata e poi incanalata. Per far questo si deve remunerare il lavoro e il capitale. La soluzione migliore è distribuire l’acqua a tutti al minor costo possibile, con un’autorità che impedisce che si creino delle rendite. L’acqua può essere distribuita da società pubbliche o private, dipende da quel che offrono all’asta per l’assegnazione della licenza. L’assegnazione è fatta secondo regole precise, dettate dal settore pubblico, che il distributore – pubblico o privato – deve seguire. Se l’acqua costasse troppo per alcuni, si potrebbero pensare delle soluzioni, come quella di non farla pagare sotto certe soglie di reddito.

Il tutto sembra ovvio. Tanto più che la legge vigente non prevede la privatizzazione dell’acqua, non mette in discussione la natura pubblica del servizio, l’universalità dell’accesso, il diritto dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili.

Per il ragionamento completo si vedano questi link:

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002313.html

http://www.leftwing.it/economia/343/acqua-e-liberta

http://www.qdrmagazine.it/2011/4/4/08_morando.aspx

E allora perché i referendum? La versione più cruda afferma che l’acqua è un bene essenziale che non può essere lasciato ai privati avidi di profitto:

http://www.peacelink.it/consumo/a/33960.html

Obiezione al primo quesito referendario, che vuole cacciare per principio dall’universo idrico il privato. L’acqua è un bene primario, per cui il servizio di distribuzione è servizio pubblico e universale. In virtù di tali caratteristiche, sono necessari ingenti investimenti per assicurarsi che tutti i cittadini abbiano accesso ad acqua pulita, con una rete moderna e senza perdite, e siano serviti da fognature efficienti. Tale necessità è ancora più impellente dal momento in cui in Italia più di un terzo di acqua viene sprecato a causa di perdite nella rete idrica e gli investimenti sono inferiori di circa 70 miliardi di euro a quelli che servirebbero. Tutto questo in un contesto in cui la quasi totalità dei gestori è rigorosamente pubblica.

Obiezione al secondo quesito referendario, che vuole abolire nell’universo idrico la remunerazione del capitale. Si propone di abolire la remunerazione degli investimenti effettuati nel settore idrico. A oggi ogni gestore (pubblico o privato che sia) prende a prestito i soldi a un dato tasso di interesse ed effettua gli investimenti decisi dai sindaci riuniti negli Ambiti Territoriali Ottimali. Il costo di quell’investimento viene ovviamente ripagato dalla tariffa versata dagli utenti, che copre il costo del lavoro e del capitale preso a prestito. Il referendum annulla la remunerazione del capitale. In altre parole, ogni investimento nel settore idrico sarà realizzato in perdita. Quindi le aziende pubbliche – che nell’ottica dei referendari sono le uniche deputate a gestire il servizio – per realizzare gli enormi investimenti necessari per rendere l’acqua un bene accessibile a tutti, i soldi dovranno stamparli nei sotterranei degli edifici comunali; oppure, far crescere esponenzialmente i debiti delle malandate finanze comunali, scaricando i costi sulle future generazioni e sottraendo risorse ad altre attività essenziali come gli asili nido, il welfare, la manutenzione stradale.

Le due obiezioni si trovano qui:

http://www.qdrmagazine.it/2011/4/26/11_marattin.aspx