Mercoledì 30 novembre la banche centrali hanno ridotto il tasso a cui si prestano i dollari da 1% a 0,5%. Il legame con le difficoltà che sta attraversando l’area euro è complesso e difficilmente percepito tanto dagli operatori quanto dagli osservatori meno addentro alle cose finanziarie. Infatti, le reazioni sono state abbastanza fredde dal punto di vista della possibilità che cambi la sostanza della crisi, sebbene in questi primi giorni di dicembre stiano risentendo favorevolmente di quella decisione. Che cosa è successo?

Le prime 20 banche europee a metà 2011 erano finanziate in dollari dai fondi monetari americani per oltre U$ 600 mld (circa U$ 770 mld l’intero sistema bancario europeo). Infatti, i fondi monetari americani hanno cercato rendimenti maggiori di quelli offerti dal mercato monetario americano (pari a zero) e alcune banche europee (non le italiane) hanno offerto tassi comunque interessanti. I principali debitori sono le banche francesi e inglesi, ma ciò che più conta è che la cifra del debito in dollari rappresentava circa il 40% dell’intero ammontare del debito a breve del sistema. Nella seconda metà del 2011 i fondi monetari americani hanno cominciato a ritirare i depositi in dollari presso le banche dell’area euro (francesi in particolare) per l’acuirsi della crisi e il venir meno dell'affidabilità delle controparti.

L’effetto di questa contrazione dei prestiti in dollari ha generato due fenomeni: 1) il prosciugamento del mercato interbancario e 2) la rivalutazione del dollaro nei confronti dell’euro: il primo fenomeno ha avuto come corollario il fallimento di Dexia, il secondo ha determinato l’intervento delle banche centrali su precisa volontà della FED. Aver ridotto a 0,5% il tasso a cui le banche centrali si prestano dollari (che a loro volta li prestano alle banche che devono restituirli ai fondi monetari americani) significa allentare la tensione sia sul mercato interbancario, permettendo alle banche di pagare meno l’approvigionamento in dollari, sia la pressione sul valore del dollaro rispetto all’euro .

Il livello della concertazione (FED, BCE, Bank of England, Swiss Central Bank, Bank of Japan, Bank of Canada) dice che la possibilità della disintegrazione della area euro è considerata altamente rischiosa. Infatti, l’effetto sulle tutte le altre valute in termini di rivalutazione è considerato inaccettabile: la banca centrale svizzera ha già fissato un cambio sotto il quale emette franchi svizzeri all’infinito. Data la tempistica dell’intervento delle banche centrali possiamo ipotizzare che 1,33 sia il livello del cambio euro/dollaro non violabile. Potremmo complicare le cose ricordando che la mattina del 30 novembre la banca centrale cinese ha ridotto l’obbligo di riserva delle banche, ma forse più interessante è osservare la totale assenza del sistema bancario italiano dalle cause di questo aspetto cruciale della crisi.

(Ciò che – aggiungiamo - riduce ulteriormente di significato le richieste di ricapitalizzazioni basate su delle misurazioni che stanno mostrando sempre maggiori limiti).

l'interbancario europeo e i dollaril'interbancario europeo e i dollari