Se fossi un politico greco non avrei dubbi. Non voterei l’austerità, a meno che potessi votare anche per il default. Vediamo, infatti, quali sono le opzioni.

a) L’austerità senza default. Significa salari più bassi, consumi più bassi; si tira la cinghia e si vive finalmente secondo le proprie possibilità. I sacrifici ripristinano un tasso di risparmio, che serve per pagare gli interessi e il debito contratto dalle generazioni precedenti. Così non ci sono risorse da investire per far crescere la produttività e il reddito per abitante ristagna per dieci o venti anni, così come il tenore di vita.

b) L’austerità con default. Anche in questo caso si tira la cinghia, ma i sacrifici non servono per servire il debito, bensì per gli investimenti (questa volta non si consuma); crescono per conseguenza il capitale privato, la produttività e la base economica, che produce il reddito. Il tenore di vita riprende a crescere. Una parte della crescita viene accantonata e tra una decina d’anni si restituiscono i debiti (sui quali non si sono più pagati interessi), magari non integralmente. Ma è pur qualcosa.

c) La non austerità, che comporta automaticamente il default. In questo caso la Grecia non può far fronte ai suoi pagamenti, a meno di restaurare la dracma e stamparla «alla bisogna». Lo scenario è di iperinflazione, nel migliore dei casi di stagflazione. Gli investimenti comunque non si fanno perché il costo del denaro lo rende inaccessibile e non crescono né il reddito né il tenore di vita. I creditori perdono tutto il credito.

A favore dell’opzione a) ci sono i banchieri centrali come Trichet, che l’anno scorso ha comprato la carta greca, convinto dai governi che avrebbero costretto la Grecia a onorarla. Favorevoli anche i banchieri privati, che hanno investito nella carta greca per guadagnare di più, quando dal 2004 si sapeva che la Grecia si indebitava per consumare e non per investire. Ci perdono i greci e le nuove generazioni, che si vedono costretti a tirare la cinghia per rimborsare i consumi dei propri genitori e a non poter investire nel futuro dei propri figli.

A favore dell’opzione b) ci dovrebbero essere il popolo greco e le sue imprese e soprattutto le generazioni giovani, che si trovano a fare i conti con il rimborso di un debito che probabilmente non hanno mai voluto né votato. Contrari i banchieri che dovrebbero svalutare la carta greca.

A favore dell’opzione c) non ci dovrebbe essere nessuno. Perderebbero tutti. Debitori e creditori.

Se fossi un politico greco, sceglierei l’austerità, a patto di far fallire la Grecia (ipotesi b), perché così darei una prospettiva di lavoro e di onore ai greci. E anche perché chi ha dato i soldi alla Grecia è la comunità dei banchieri d’Europa e dei finanzieri d’America. Se non sanno valutare il rischio, è giusto che perdano. E se hanno investito perché poi «nessuno può fallire nell’euro», sono dei free riders da punire. La Bce farebbe una figuraccia? Forse. E così si ricorderebbe che il suo statuto le impone l’indipendenza dai governi e la difesa della stabilità dell’euro, che come si è visto non si ottiene essendo accondiscendenti verso i governi, tutti chi più chi meno con il vizietto del debito facile.

Commento di Giorgio Arfaras a L’opzione dei greci

Ho sempre argomentato (1) così: poiché l’opzione c), ossia default senza austerità, non è una soluzione, allora la soluzione è a): no default con austerità. Non ho mai preso in considerazione b), ossia default con austerità. Dopo aver letto la nota di Giuseppe Russo (2), sono arrivato alla conclusione che avevo rimosso l’opzione b) per timore di un gigantesco contagio finanziario e non per una valutazione obiettiva delle scelte. Il mio timore del contagio si spiega soprattutto con la paura che la crisi greca potesse arrivare in Italia, seppur in modo attenuato (3).

(1) http://www.centroeinaudi.it/ricerche/l-ultimo-atto-del-salvataggio-della-grecia.html
(2) http://www.centroeinaudi.it/asset-allocation/le-opzioni-dei-greci.html
(3) http://www.centroeinaudi.it/ricerche/la-crisi-greca-e-le-ripercussioni-sull-italia.html