In fuga nel 1943, il tedesco di religione israelita poteva corrompere il funzionario dando dell’oro. Al momento della fuga, il valore dell’oro – grazie al quale si salvava la vita – era di fatto «infinito». Ma il funzionario che lo accettava, a sua volta contava di poterlo dare al funzionario del paese che avrebbe potuto vincere la guerra, lo avessero mai un giorno «pizzicato». Di nuovo, di fronte al timore dell’ergastolo il valore dell’oro poteva tornare «infinito», benché meno «infinito» del primo caso. La probabilità – si arguisce – di essere arrestato dagli Alleati era inferiore alla probabilità di finire morto in un cosiddetto «campo di lavoro». Il funzionario del paese vincitore poteva contare, accettando, di fare il salto di qualità: l’oro ricevuto «per chiudere un occhio» valeva anni di onesto lavoro. In quest’ultimo caso, la posta in gioco non era né la vita né l’ergastolo, il funzionario non era infatti perseguitato o accusabile di crimini. Per lui l’oro avrebbe potuto non avere un lontano giorno un valore «infinito» o «quasi infinito». Rischiava solo di finire vergognosamente in galera. La grandissima volatilità del prezzo dell’oro sembra il movente per possederlo. Quando si è «nei guai» il prezzo dell’oro si adegua, come null’altro al mondo e fin dalla notte dei tempi. Anche oggi?


Chi teme che gli Stati Uniti facciano una «brutta fine» perché ingoiati da un enorme debito pubblico, volto a rilanciare senza successo la ripresa economica, può pensare di trovare nell’oro uno strumento che lo copre dall’evenienza negativa. La crisi degli Stati Uniti sarebbe, infatti, una crisi «sistemica», e non saranno – s’intende, in caso di crisi sistemica vera – le obbligazioni a proteggere la ricchezza. Perché mai l’oro dovrebbe coprire dalle evenienze negative? Un’opzione copre nel bene e nel male l’investitore, e l’opzione è tale se il prezzo «schizza». L’oro è molto più volatile dell’euro o dello yen – alcune delle altre attività che potrebbero salire di prezzo, se il dollaro franasse. Negli ultimi dieci anni la volatilità (ossia la media delle deviazioni positive e negative dalla media divise per la media) giornaliera dell’oro è stata il triplo della volatilità dell’euro e il sestuplo della volatilità dello yen. Si tende perciò a credere che, se le cose andassero male, l’oro «schizzerebbe» in alto con una forza inimmaginabile, rispetto ai «rifugi» alternativi. In breve, se uno pensa che le cose possano andar male e compra oro, gode del vantaggio – assumendo che le relazioni statistiche del passato si ripropongano nel futuro – di poterne comprarne una quantità sei volte inferiore a quanti yen dovrebbe comprare per ottenere lo stesso effetto.
 
Questo non significa che l’oro abbia per sé un valore perché è più «concreto» della moneta cartacea, emessa a discrezione della banca centrale – la così detta fiat money. L’oro vale proprio perché qualcun altro eventualmente lo compra, contando un giorno di poterlo vendere. Abbiamo un valore «soggettivo». L’oro non produce reddito, come un dividendo, una cedola, o un affitto, dunque il suo prezzo non dipende da altri valori con cui può essere messo in relazione, ma solo dalla percezione di chi scambia. Potremmo dire che l’oro non ha «fondamentali». Ma perché l’oro è tanto volatile? L’oro prodotto ogni anno (il flusso) è pari all'1,5% dell’oro estratto fin dalla notte dei tempi (lo stock). La quantità in offerta di nuovo oro è rigida, perciò le variazioni della domanda si scaricano con violenza sul prezzo. L’offerta di oro non può essere alterata in ragione dei maggiori prezzi. La variazione della produzione non agisce come «calmiere». L’offerta rigida è dunque all’origine della volatilità del prezzo dell’oro, che è all’origine del valore come opzione dell’oro.
 
Questo ragionamento sembra valido per gli operatori privati. Ma le banche centrali? Il movente di quelle dei paesi detti emergenti è legato alla diversificazione dal dollaro. Le banche centrali del G-7 posseggono il 35% delle proprie riserve in forma di oro, contro il 3,5% dei tredici paesi rimanenti che compongono il G-20. Lo «spazio» per l’oro può essere immaginato pari alla differenza fra l’oro detenuto dalle prime e dalle seconde. Esiste un limite all’accumulazione di euro per diversificare dal dollaro: se si continua a comprare euro, il suo prezzo sale, e, se sale fino a due euro per un dollaro, uno avrà anche diversificato dal dollaro, ma l’euro si troverà con una base industriale in crisi. Ecco allora che si compra oro. L’oro non ha una base industriale in competizione con altre basi industriali. Ci si scatena a fare i conti. Se i paesi in via di sviluppo accrescessero le proprie riserve in oro? L’oro salirebbe intorno ai 1.400 dollari per oncia. In alternativa all’oro, il cui prezzo letteralmente schizzerebbe, i paesi emergenti potrebbero stipare i propri magazzini di petrolio e rame.
 
Riprendiamo – aggiornandolo e approfondendolo – questo nostro lavoro:

http://www.centroeinaudi.it/commenti/lettera-di-un-abbonato-/-ii.html


Riferimenti:

http://blogs.ft.com/maverecon/2009/11/gold-a-six-thousand-year-old-bubble/#more-7641

http://www.chicago-blog.it/2009/11/10/la-corsa-alloro/

http://www.zerohedge.com/article/david-rosenberg-how-we-get-2750-gold