Il quadro congiunturale muta molto rapidamente. Questo dipende dalla struttura dell’economia contemporanea: ha molti più collegamenti intersettoriali del passato, ha molti più costi fissi tanto nella manifattura che nei servizi. E – infine – ha molti consumi e investimenti discrezionali: tutti fattori che favoriscono il fatto che l’economia segua senza ammortizzarlo lo “stop and go” delle ondate pandemiche.

I numeri consuntivi del III trimestre dovrebbero confortare, perché evidenziano la capacità di rimbalzare a V: questo è il messaggio che è arrivato - forte e chiaro - dalla variazione del Pil nel III trimestre del 2020: +16,1% rispetto al II trimestre, con un recupero notevole del tasso di variazione tendenziale (solo -4,7% nel trimestre, quando il Nadef, su tutto il 2020, prevede una cifra del -9%). Il rimbalzo è stato la conseguenza delle politiche monetarie e fiscali ultra espansive (le famiglie hanno 1.079 miliardi sui loro conti correnti, +4,5% rispetto al 2019 e le imprese possono pagare il denaro, in media, l’1,3%, per prestiti non in c/c).

Alle politiche espansive si è associata la ripresa estiva del clima di fiducia, tanto che a settembre 2020 la produzione nelle costruzioni è risultata più alta del 4,9% rispetto al settembre 2019, anche grazie ai diversi bonus fiscali previsti per l’edilizia minore. Persino la produzione industriale a settembre è ritornata a un livello vicino a quello pre-covid, ossia inferiore di appena 5,2 punti percentuali dal livello del 2019, mentre all’inizio dell’estate la stessa variazione tendenziale era di -7,6 per cento e nei mesi del lockdown alcuni settori erano sotto del 40% ed oltre.

Nel mese di ottobre, tuttavia, si è avviata la seconda ondata pandemica, che ha comportato la progressiva introduzione di misure di contenimento che impatteranno sulla domanda e sulla produzione nell’ultimo trimestre, per il quale ci attenderemmo un nuovo consuntivo in rosso, anche se sarebbe un successo chiudere il 2020 senza che la scivolata annuale del Pil finisca a doppia cifra per una ragione: perché le riprese sono più lente delle cadute e, più si scende, più tempo occorrerà a ritornare ai livelli del 2019, anno peraltro non brillante.

E il 2021?

Ne sappiamo poco, anche se l’indicatore anticipatore composito dell’Ocse (CLI) a ottobre è ancora progredito dello 0,4% rispetto a settembre. Tuttavia, è arrivata la seconda ondata di contagio a cui pensiamo corrisponderà un nuovo zig zag dell’economia anche perché le persone e gli investitori apprendono dall’esperienza e la seconda ondata era stata inattesa. A meno che non intervenga un fatto di rottura.

Sul 2021 un oracolo però c’è ed è il mercato finanziario

Che cosa prevede? Il mercato finanziario anticipa i cambiamenti dell’economia reale. Anche se molte delle sue variazioni sembrano frutto di capriccio e speculazione, nelle settimane autunnali si è verificato un fatto che non tutti davano per certo: i vaccini - e probabilmente più di uno - stanno concludendo la fase 3 dei trials clinici e quindi saranno autorizzati e arriveranno con certezza (pare che a dicembre inizieranno già le vaccinazioni negli Usa). I mercati finanziari hanno assunto questa notizia come un potenziale “game changer”. Così, se nel pieno della recessione pandemica, osserviamo gli indicatori finanziari, ne troviamo più di uno in positivo: la Borsa americana, dove sono quotate Pfizer e Moderna, è salita a novembre dell’8,8% su ottobre ed è sopra del 13,3% rispetto a novembre 2019.

Il fronte dei bond

Nelle obbligazioni: il rendimento del benchmark decennale italiano è sceso allo 0,6 per cento per anno, ossia 12 punti base inferiore ad ottobre e ben 74 punti basi migliore di novembre 2019, prima che iniziasse la crisi pandemica. Anche se a novembre il debito pubblico italiano è aumentato del 5,8 per cento in un anno, i mercati pensano che, grazie alla banca centrale e alla ripresa “da vaccino”, il debito sarà sostenibile e hanno fatto scendere il “famigerato” spread a 118 punti base, 12 in meno di ottobre e ben 72 in meno rispetto al mese di novembre 2019, quando avevamo 141 miliardi di debito pubblico in meno.

Pure il prezzo del petrolio, cautamente, scommette su una ripresa nel 2021, e infatti a novembre il greggio è risalito in un mese solo del 20%, a 45 dollari per barile (Brent). Certo, l’oro tiene a 1870 (pressoché invariato -0,5% su ottobre), il che vuol dire che l’aspettativa di uscita dalla crisi c’è, ma l’apertura di credito non è totale.

Meglio tenere la guardia alta, anche perché quando arriveranno i consuntivi del quarto trimestre per molti, purtroppo, avranno davanti il “segno meno” e il 2021 non sarà solo un anno di probabile ripresa, ma anche un anno di sicure e dolorose ristrutturazioni.