Non sappiamo ancora come definirla, se ripresa, ovvero rimbalzo. Nel primo caso dovrebbe dimostrare di poter durare. Nel secondo potrebbe finire da un momento all’altro. Ad ogni modo, un risultato c’è, e va oltre l’aspettativa prevalente fino a poche settimane fa.

A certificarlo è il più completo e consolidato degli indicatori: il Pil, ossia il valore dei beni e dei servizi prodotti dal mercato e dalle amministrazioni pubbliche. Nel secondo trimestre dell’anno è stato di 414 miliardi, ben 17,3 punti percentuali oltre il livello dello stesso periodo del 2020. La differenza fatta dalle vaccinazioni dunque c’è, e si vede. Sia perché rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso le misure di contenimento hanno potuto essere più leggere e quindi più rispettose dell’attività economica, sia perché i vaccini non hanno influenzato solo l’offerta potenziale, ma evidentemente hanno smosso la domanda. La voglia di spendere, più o meno naturale, dopo che le famiglie hanno stivato nei conti correnti, in un anno, 70 miliardi in più (che diventano 160 se si considerano tutti i soggetti non finanziari dall’inizio della pandemia), è tornata. I vaccini hanno rifotto l’incertezza e l’indice di fiducia delle famiglie è cresciuto del 17 per cento in un anno (quello delle imprese addirittura più del 50 per cento).

Un 2021 che promette bene

A questo punto, se anche il Pil dovesse paralizzarsi, senza più né crescere né diminuire nella seconda parte dell’anno 2021, la crescita positiva acquisita rispetto al 2020 sarebbe già del 4,7 per cento, in termini reali. E, sempre a questo punto, se dovessimo fare il punto e calcolare quanto mancherebbe per il traguardo pre-covid, ebbene mancherebbero soltanto 69 miliardi, il 4 per cento. È vero che ci sono Paesi, come gli Stati Uniti e la Svezia che hanno già riagguantato il Pil del 2019, ma proprio non ce lo saremmo aspettati dall’Italia, di solito un fanalino di coda in tutte le situazioni che chiamano in causa la capacità di reazione della politica economica.

Va detto che in un solo anno il debito pubblico è aumentato di 177 miliardi, tanti sono i denari che la politica fiscale ha pompato nel sistema macroeconomico, o richiedendo meno tasse, o erogando incentivi e sussidi. E va ricordato che lo sforzo fiscale è stato sostenuto da una politica monetaria che ha permesso di aumentare i prestiti a famiglie e imprese riducendone il costo a tassi compresi tra l’1 e il 2%.

I sensori della Borsa

Siccome la politica monetaria europea intende mantenere questa rotta fino a ripresa completata e consolidata, le nubi sulla congiuntura non sono vicine. La pensano così i mercati azionari: perfino la Borsa italiana è cresciuta in un anno del 35%, ossia quanto il +34% della ben più attraente Borsa americana. E la pensano così i mercati delle commodities che, a parte un temporaneo blip inflazionistico delle materie prime, mantengono nella sua fascia alta il prezzo del petrolio (76 euro il Brent, +70% in un anno), segno che i mercati credono di più alla ripresa in corso che alla decarbonizzazione di medio periodo, lanciata dalla Commissione Ue.

In generale, la ripresa prevale sul rimbalzo se tutti gli indicatori coincidono nel salire: quelli dei settori di consumo e di investimento; quelli dei prezzi al consumo, delle azioni e delle case; quelli reali e finanziari. La situazione è più o meno pari a quella che si osserva, quindi per tutto il 2021, e forse il 2022, la congiuntura è orientata al bello.

Il conto delle politiche espansive

Le politiche espansive tuttavia costano e il tema della distribuzione del loro costo dovrà essere affrontato, prima o poi.

La speranza della Commissione Ue, e anche la nostra, è che la crescita innescata sia permanente, tanto da ammortizzare il peso del ritorno alla normalità, anche in modo significativo.

Tuttavia questo non dipende solo dall’andamento dei primi trimestri di ripresa, molto influenzati dall’effetto elastico. Questo dipenderà assai di più dal fatto che la ripresa riesca a produrre occupati stabili ed incrementi significativi dei redditi unitari dei fattori, basati sull’aumento della produttività. A queste condizioni il tentativo di Draghi e di questo governo sarà riuscito. C’è ancora tempo per vedere realizzarsi queste condizioni, tuttavia per il momento esse restano una mera possibilità, non delle certezze in divenire.

Questo, volenti o nolenti, mitiga l’entusiasmo per il più alto tasso trimestrale di crescita del Pil da cinquanta anni a questa parte. Fino a che resta avara di creazione di lavoro, la ripresa non è sicura.