In questi mesi di conflitto in Ucraina si è reimposta la guerra come elemento drammatico della nostra contemporaneità. Esperti militari, ufficiali dell’esercito e analisti geopolitici discutono delle avanzate dei russi come della resistenza degli ucraini; si disquisisce di armi, tattiche, approvvigionamenti, piani di invasione.

Con questa guerra, la Russia si gioca il suo futuro come potenza. L’Ucraina addirittura la sua esistenza come paese sovrano.

Guerra e pace

In una serie di opere a cavallo tra gli anni 70 e 80, il politologo americano Charles Tilly della Columbia University elaborò una teoria rispetto al rapporto tra guerra e stato moderno. Con un brillante aforisma, sintetizzò il risultato di anni di ricerca: «Lo stato fa la guerra, e la guerra fa lo stato». La capacità di sostenere, condurre, e infine vincere guerre è la cifra costitutiva di quella istituzione che chiamiamo stato. Se esso fallisce nel fare ciò, semplicemente viene conquistato, annesso, smembrato: in poche parole, scompare.

È per spiegare tutti quegli stati, specie nel continente europeo, che non esistono più che Tilly formulò la sua teoria – dal Regno Lituano-Polacco, alla Prussia, al Regno delle Due Sicilie, all’Impero d’Austria-Ungheria.

Stati senza esercito

Il connubio "stato-capacità di fare guerra" è quasi tautologicamente legato alla presenza di forze armate. Chi altri potrebbe condurre operazioni belliche, siano esse di aggressione o di difesa? Eppure, vi sono venticinque stati al mondo che non hanno un esercito. Come sono potuti sopravvivere nel mondo descritto da Tilly, dove non solo il pericolo di venire invasi e conquistati è una costante storica, ma anche dove guerreggiare sembra essere una componente centrale della statualità stessa?

Innanzitutto, dobbiamo chiarire che cosa sia un esercito. Si tratta di personale statale dotato di armi pesanti, la cui funzione essenziale (quand’anche non l’unica) è appunto quella di combattere guerre. È un’istituzione indipendente, con propri regolamenti, statuti, gerarchie, e che afferisce ad un ministero della difesa. In questo senso, si discosta dalla polizia (che non ha armi pesanti e non combatte guerre), dalla guardia costiera (idem), o forze speciali come le teste di cuoio (che intervengono in situazioni di emergenza ma non di guerra): tutte istituzioni o reparti che possiamo invece trovare nei paesi sotto esame.

L'identikit

In questo senso, vi sono 25 stati che non dispongono di un esercito; di questi, 22 sono membri ONU (le eccezioni sono il Vaticano, Nieu e le Isole Cook). Uno stato su otto al mondo, o il 14%, non dispone quindi di un esercito. Possiamo raggrupparli in tre principali aree geografiche. La prima è l’Europa, con l’Islanda seguita dai micro-stati di Andorra, Liechtenstein, San Marino, Monaco e Città del Vaticano. La seconda è l’America Centrale, con gli stati di Haiti, Costa Rica e Panama, più le isole caraibiche di St. Lucia, Dominica, St. Vincent e Grenadine, Grenada e St. Kitts e Nevis. Infine l’Oceania, con le Isole Salomone, Palau, Vanuatu, Kiribati, Samoa, Micronesia, Tuvalu, Isole Marshall, Isole Cook, Niue e Nauru. Unica eccezione Mauritius, arcipelago in pieno Oceano Indiano. Tutti insieme, questi stati hanno un PIL di circa 160 miliardi di dollari (simile all’Ungheria), una popolazione di 23 milioni, e una superficie di poco superiore a quella italiana.

Fonte: mapsofworld.com

Superficie e Pil

La prima caratteristica che accomuna la maggior parte di questi stati è una superficie territoriale in molti casi limitata. Nauru, per esempio, si estende per meno di 21 chilometri quadrati. St Kitts e Nevis hanno una superficie di 260 kmq: due volte il territorio comunale di Torino. Andorra copre meno di 500 kmq. Le Isole Salomone invece sono di dimensioni più ragguardevoli, paragonabili alla Sicilia. A dimensioni territoriali limitate corrispondono pure popolazioni ridotte. Alcuni di questi stati hanno poche decine di migliaia di abitanti; pochi superano i centomila. In soli cinque casi possiamo parlare di dimensioni – per quanto riguarda popolazione o territorio – di una certa rilevanza: Costa Rica, Mauritius, Islanda, Haiti e Panama. Haiti ha circa 10 milioni di abitanti, l’Islanda (pur con soli 300.000 abitanti) ha una superficie paragonabile alla Grecia.

Questi dati non sono puro esercizio statistico. La prima considerazione rispetto alla mancanza di un esercito, molto banalmente, è che un paese deve avere abbastanza risorse per poterselo permettere. Serve personale che fa quello di mestiere. Serve un bilancio statale adeguato per finanziarlo – equipaggiamento, addestramento, salari, missioni. Nessun paese al mondo con meno di 300 kmq di territorio o con meno di 80.000 abitanti si è dotato di un esercito: semplicemente, non ne è in grado.

Vantaggi e svantaggi

Due altre considerazioni accessorie. È infatti legittimo chiedersi, se anche questi stati si prodigassero per creare delle forze armate, che utilità pratica avrebbero: un esercito di qualche centinaio di effettivi può mai davvero respingere un attacco? E ancora, a livello geografico: è vero che la maggioranza di questi stati sono poco estesi sulla terraferma, ma allo stesso tempo alcuni hanno acque territoriali che invece si estendono su vastissime aree oceaniche (come le Isole Marshall, la Micronesia, Kiribati). Ciò comporta che, paradossalmente, la vastità della regione (acque incluse) da controllare è talmente ampia che renderebbe futile la presenza di una marina necessariamente con scarsi mezzi e personale.

Il caso Costa Rica

Più interessanti, a livello politico, sono invece le scelte compiute da paesi che potrebbero dotarsi di un esercito in quanto a risorse e territorio. Il Costa Rica rimane forse l’esempio più noto e importante. Prospero, democratico, stabile: non assomiglia ai suoi vicini centroamericani. Il paese rivendica questa sua differenza proprio in virtù dell’abolizione dell’esercito, avvenuta nel 1948 con la stesura di una nuova costituzione all’indomani di una guerra civile. Eliminando di fatto una delle principali minacce alla stabilità politica interna (i golpe militari), il Costa Rica ha mantenuto solo forze di polizia. Esempio che poi ha seguito il confinante Panama nel 1989: dopo un’invasione statunitense per rimuovere il presidente Noriega, pure capo delle forze armate, queste vennero abolite nella nuova costituzione.

Se Costa Rica e Panama sono esempi virtuosi (specie il primo) di demilitarizzazione, Haiti ci ricorda che tale processo da solo non basta a garantire pace interna e sviluppo. Dopo aver abolito l’esercito per decreto presidenziale nel 1995, Haiti è rimato il paese più povero dell’emisfero occidentale, con tassi altissimi di criminalità e un sistema politico disfunzionale.

Il caso Islanda

Anche l’Islanda è un caso particolare. Qui non si tratta di demilitarizzazione: non ha mai avuto un esercito da quando si è resa indipendente dalla Danimarca nel 1944, in piena guerra mondiale. Occupata come approdo strategico nell’Atlantico del Nord da Britannici e Americani durante la guerra, è poi diventata membro della NATO mai rinunciando però alla sua decisione di non avere un esercito.

Quanto detto finora attiene alle decisioni prese da questi paesi – per impossibilità, scelta, o entrambe – di non dotarsi di un esercito. Tuttavia, non ci dice come, in un mondo dove la guerra è sempre possibile, essi siano riusciti a sopravvivere, in alcuni casi addirittura a prosperare: basti pensare ai ricchissimi micro-stati europei come Monaco e Liechtenstein. Possiamo considerare quattro fattori: legale, geografico, storico-normativo e sicuritario.

I risvolti giuridici

Per quanto riguarda l’aspetto legale, la Carta dell’ONU, all’articolo 2, dichiara la guerra illegale. In linea di principio dunque, questi paesi (ricordiamo, tutti meno tre sono membri delle Nazioni Unite) si attengono ai dettami della Carta. Se la guerra è illegale, non ha senso avere un esercito. In caso di attacco, la comunità internazionale, che a quella Carta fa riferimento, deve intervenire. Inoltre, la maggior parte di questi stati fa parte di organizzazioni per la sicurezza regionali, come l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS nell’acronimo inglese), pure fondate sul principio della sicurezza collettiva.

Se in un certo modo questo rende i paesi sotto esame più conformi degli altri allo spirito dell’ONU (creato appunto come organismo per evitare guerre), di suo non basta. Un secondo e importante fattore che dobbiamo considerare è la geografia. Per prima cosa, la maggior parte di questi stati sono piccoli, privi di grandi risorse, e per lo più localizzati in aree non strategiche che globo. Un arcipelago nei Caraibi non si trova nel Golfo Persico, schiacciato tra Iran e Arabia Saudita; un atollo nel Pacifico non si trova nel Mar del Giallo tra le due Coree, Cina e Giappone. Questo diminuisce fortemente l’interesse, a livello geostrategico, che questi paesi possono rappresentare. Inoltre, la geografia tende a raggrupparli: come vicini, tendono dunque ad avere altri stati senza eserciti. Dato che le guerre esplodono più di frequente tra stati che condividono confini, questo limita notevolmente il bisogno di forze armate.

Tra storia e sicurezza

Il fattore storico attiene invece al riconoscimento, come norma vincolante, della sovranità di alcuni tra questi stati in virtù della loro storia. È il caso dei micro-stati europei, sovente di antica origine. San Marino dichiara di essere addirittura la repubblica più antica del mondo, con quasi mille anni di storia. Andorra fa risalire le sue origini al tredicesimo secolo. Nel corso della tumultuosa e spesso sanguinaria storia europea, questi stati (con le importanti eccezioni di Monaco e della travagliata vicenda della Santa Sede, a noi italiani ben nota) non hanno mai subito invasioni.

Compagnia Uniformata delle Milizie della Repubblica di San Marino - Fonte: Wikipedia

In ultimo, l’aspetto più prettamente legato alla sicurezza. Due considerazioni a riguardo. Primo: la mancanza di esercito può innescare un processo virtuoso, l’inverso del dilemma della sicurezza. L’assenza di una minaccia di invasione fa sì che si riducano fortemente timori, sospetti e paure rispetto alle possibili bellicose intenzioni altrui che sono all’origine di molti conflitti. In altre parole, è difficile sospettare di piani bellicosi del mio vicino, che mi spingerebbero ad armarmi per proteggermi o ad attaccarlo in maniera preventiva, se costui non ha neanche un esercito. Secondo: la maggior parte di questi stati ha accordi, de jure o de facto, con potenze straniere che fungono da garanti della sicurezza in ultima istanza. La Francia per Monaco. Svizzera e Austria per il Liechtenstein. Italia per San Marino. Francia e Spagna per Andorra. Stati Uniti per le Isole Marshall. Non basta. In relazione al fattore geografico sopra menzionato, i micro-stati di Pacifico e Caraibi, così come Haiti, Costa Rica e Panama, si trovano saldamente nell’orbita sicuritaria americana. Un egemone tende ad impedire, per definizione, che guerre tra stati si scatenino nella sua regione di competenza.

Per tutti questi fattori, è probabile che questi paesi rappresentino una mera eccezione alla teoria di Tilly più che elementi probatori in senso opposto.

La capacità di fare guerra da parte dello stato moderno rimane un suo tratto essenziale – non in senso normativo ma fattuale. Certo, paesi come il Costa Rica, l’Islanda o le Isole Marshall dimostrano che un’altra strada è pure percorribile quando alcune condizioni sono presenti. Una grande lezione da parte di piccoli stati. Ne faremo in qualche modo tesoro?