Qualche mese fa abbiamo raccontato un modo per le società di fare impresa (e quindi con obiettivo di profitto) innovativo in quanto volto a coniugare l’attività remunerativa con un’attività - volontaria e statutaria - che procuri beneficio comune e quindi impatto positivo su ambiente, persone coinvolte e comunità territoriale.

Si tratta del modello delle società benefit disciplinato dalla L. 208/2015 (Legge di Stabilità 2016) che inseriscono nello statuto, accanto all’oggetto profit, gli obiettivi di vantaggio sociale e ambientale che si sono prefissate e il cui perseguimento dovrà essere bilanciato con le attività di profitto. Peraltro, onde evitare facili ricorsi al modello benefit, senza alcun concreto intento attuativo ma utili solo a finalità comunicative e di marketing, sono stati introdotti alcuni presidi e obblighi normativi tra cui, ai commi 382 e 383 dell’articolo unico della citata Legge, quello di redigere “annualmente una relazione concernente il perseguimento del beneficio comune, da allegare al bilancio societario” e da pubblicare nel sito internet della società, qualora esistente.

È un obbligo di rendicontazione, valutazione d’impatto e reportistica non finanziaria e quindi strettamente collegato al rispetto dei criteri Esg posto in essere dalla società benefit che, a prescindere dagli specifici obiettivi di beneficio comune, deve comunque porre in essere un’attività sistemica e quindi omnicomprensiva, non essendo consentito a una società benefit trascurare alcuni degli aspetti della sostenibilità.

La prova di questo si trova nel testo di legge laddove prescrive il contenuto della relazione benefit: apparentemente è generico e sintetico ma una lettura dei punti indicati dalla legge e soprattutto l’esperienza di chi si sia trovato a dover redigere una relazione benefit (come la sottoscritta) dimostrano quanto il breve elenco di legge contempli in realtà una gran parte degli aspetti rilevanti della sostenibilità.

 
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Basta infatti osservare che in base alla lettera b) dell’art. 383 la società benefit deve svolgere una valutazione dell’impatto generato dalla propria attività alla luce di uno standard con determinate caratteristiche di indipendenza, terzietà e autorevolezza con riferimento a ben quattro componenti: governo d’impresa, lavoratori in senso ampio, ambiente e altri portatori d’interesse, intesi in particolare come fornitori e comunità territoriale locale.

La pervasività del contenuto della relazione trova conferma nel fatto che la legge chiede a una società benefit di esporre anche gli obiettivi in statuto declinati e raccontati da una parte nelle modalità e azioni poste in essere per perseguirli e nelle ragioni che nel corso dell’anno hanno impedito o rallentato tale perseguimento e dall’altra parte nella descrizione dei nuovi obiettivi che la società intende perseguire nell’esercizio successivo (con ciò comunque rendendo la rendicontazione estremamente puntuale e vincolante).

Il senso di una pubblicazione

Tale pubblicazione rappresenta il mezzo con il quale la società diffonde al mercato le informazioni sulle specifiche peculiarità dell’attività svolta, offrendo ai soggetti interessati a investimenti sostenibili elementi utili per valutare le performance dell’impresa sui quali basare le proprie strategie di investimento. L’obiettivo è quello di proporre un documento che non fotografi più solo i risultati economici dell’esercizio (funzione assolta dal bilancio), ma anche l’impatto e il successo sostenibile dell’azienda. Si tratta quindi in tutta evidenza di un documento strategico e prezioso anche per la società che durante l’anno, in un’ottica di autoanalisi, avrà la possibilità di monitorare il perseguimento e il raggiungimento degli obiettivi dati l’anno prima, adattando via via l’attività benefit ai risultati del monitoraggio.

È importante evidenziare che la legge non prevede sanzioni espresse per il caso di mancato deposito della relazione: tale condotta, chiaramente imputabile all’organo amministrativo, è assimilabile alla redazione di una relazione parziale e non veritiera e determina sicuramente un esempio di cattiva gestione e quindi in astratto una fonte di responsabilità in capo agli amministratori di cui dover rendere conto quanto meno alla compagine societaria.

Trattandosi peraltro di società benefit ed essendo la relazione lo strumento ideale per consentire agli stakeholder di conoscere le modalità con cui la società benefit persegue i suoi obiettivi di beneficio comune, il mancato sistematico deposito della relazione benefit può essere un messaggio molto significativo per i terzi e può dare adito a dubbi sulla efficace e trasparente gestione della componente benefit.

La fatica di stilare una relazione

Chi ha provato cosa vuol dire redigere una relazione benefit sa quanta fatica, tempo, cura e attenzione richieda non solo la redazione in sé e per sé e la correlata sistematizzazione di tutte le iniziative e attività realizzate nell’anno, ma anche l’attuazione degli obiettivi e la inevitabile programmazione, nella consapevolezza di doverne poi rendere conto con chiarezza e sincerità.

La legge peraltro lascia aperta una serie di dubbi che la prassi ha in parte risolto (non senza dibattiti) in quanto, ad esempio, non è chiarito come la relazione benefit si ponga rispetto al bilancio al quale deve essere allegata.

Si ritiene che come il bilancio debba essere messa a disposizione del collegio sindacale e del revisore (che hanno peraltro doveri molto diversi in proposito) e che poi debba essere resa disponibile presso la sede sociale per consentire ai soci di prenderne visione, ma non sembra debba essere approvata dall’assemblea (anche se ovviamente non è vietato). Se la Fondazione Nazionale dei Commercialisti nel 2017 l’ha ritenuta una parte della relazione sulla gestione, oggi sembra potersi affermare che rappresenta in realtà un documento a sé stante.

Inoltre, per quanto parte dei consulenti in materia non ritenga obbligatorio il deposito al Registro Imprese a fronte della tassatività dei documenti oggetto di questo adempimento, una parte della dottrina si è espressa in senso affermativo tenuto anche conto che la relazione ha trovato una specifica collocazione nell’ambito della modulistica del Registro delle Imprese. Proprio alla luce delle incertezze descritte e del fatto che la relazione rappresenti comunque un adempimento particolarmente oneroso in termini di tempo e dedizione, vengono spesso effettuati dei monitoraggi e delle indagini che consentano di conoscere la tendenza presso le società benefit di redigere la relazione, pubblicarla su sito e depositarla al Registro Imprese.

L'indagine dell'Università RomaTre

È di poco più di un mese fa la presentazione di un’indagine condotta dagli studenti del corso di Corporate governance e scenari di settore delle Imprese nell’ambito del corso di laurea magistrale in Economia Aziendale dell’Università di RomaTre guidati dai titolari del corso, i professori Mauro Paoloni e Giorgia Mattei con l’ausilio dell’assegnista di ricerca Valentina Santolamazza sullo stato dell’arte delle relazioni benefit pubblicate al 2021, prendendo come riferimento le 521 società benefit presenti nell’elenco delle società benefit (le società benefit ad oggi sono oltre 2000 ma questo è un registro che rappresenta comunque un attendibile riferimento).

Dall’indagine è emerso che su 415 SB analizzate (al netto di quelle inesistenti, in liquidazione o nate nel 2022 e quindi non analizzabili), solo il 36,87% (ossia 153 società) risulta aver pubblicato una relazione nel 2021. Il 45% (69 imprese su 153) ha caricato il documento in una sezione non immediatamente identificabile come volta alla diffusione di una relazione di impatto, rendendo alquanto difficile il reperimento della relazione stessa. Il 27,5% del campione (42 imprese su 153), invece, ha scelto una collocazione più tradizionale, specificatamente dedicata alla comunicazione con gli stakeholder esterni (es. sezione "Governance" o "Sostenibilità"). La rimanente parte, pari al 27,5% delle imprese osservate, ha preferito creare una sezione dedicata all'essere benefit inserendo lì la relazione di impatto, rendendo più agevole la consultazione del documento.

Fonte: Università Roma Tre

La professoressa Mattei ha osservato che:«Certamente la mancata indicazione della sezione in cui pubblicare la relazione di impatto non è di ausilio agli stakeholder nel trovare le informazioni e, dunque, l’accountability è limitata. Inoltre, un così variegato range di approcci possibili da utilizzare nella redazione della relazione, non agevola la comprensione delle azioni delle singole aziende e non aiuta la comparabilità spaziale del documento».

I commenti di tre imprese certificate

L’evento è stato seguito da una tavola rotonda che ha visto coinvolte tre società benefit che hanno già ottenuto anche la certificazione B Corp:, le cui amministratrici hanno così commentato i risultati: «La relazione d’impatto è un racconto di obiettivi, delle azioni poste in essere per raggiungerli e dei risultati conseguiti o dei motivi del mancato raggiungimento. Ciò, a sua volta, attiva per l’anno successivo un circolo virtuoso di nuovi obiettivi – azioni - risultati» (così Alessandra Barlini, amministratrice di Operari s.r.l. SB); «Quando si parla di sostenibilità, la comunicazione diventa cruciale perché contribuisce a diffondere la cultura dell’azienda sia all’interno che all’esterno, aumentando o meno il coinvolgimento degli stakeholder» (Elena Rabaglio, co-fondatrice di Mediatyche SB); bisogna «guardare alla Relazione di Impatto come l’occasione migliore per una società benefit di mostrare la propria ‘anima’ e di costruire, intorno a una visione, coesione con di tutti gli attori del suo ecosistema, stakeholder interni ed esterni» (così Myriam Ines Giangiacomo, co-fondatrice e amministratore delegato di Bottega Filosofica s.r.l. SB).

Alla luce dei risultati, sono emersi alcuni suggerimenti importanti per le relazioni delle società benefit tra cui l’opportunità di rendere facilmente reperibile la relazione sul sito senza che vengano richieste informazioni personali per la consultazione della stessa e la necessità che la relazione non costituisca un mero elenco di attività svolte durante l’anno, ma che contenga per ogni area gli obiettivi prefissati nell’anno precedente, per permettere una comparazione tra obiettivi prefissati e attività svolte, con una più puntuale analisi dell’impatto generato.