Seguiamo questo schema: A) Che cosa è l'”Agenda Monti”? Che cosa è accaduto? Che cosa resta ancora da fare? La conclusione è che l'Agenda Monti era dettata dal buon senso, ha mostrato dei limiti per la parte messa in opera, mentre deve ancora essere in gran parte attuata. B) Berlusconi torna nell'agone per la natura del suo partito. Torna criticando non le politiche, ma gli effetti delle politiche di austerità. Il suo ritorno potrebbe impedire il formarsi di una maggioranza stabile al Senato. Anche in questo caso, Monti potrebbe essere il garante dei conti pubblici. C) Il debito pubblico non ha reagito negativamente alla combinazione del ritorno di Berlusconi e delle dimissioni di Monti, perché sconta che la strada del risanamento - alla fine e nonostante tutto - è stata intrapresa. D) Infine, una digressione “sul punto di vista di Berlino”, ossia sul Fiscal Compact, e sul punto di vista “keynesiano”, ossia il Growth Compact, nell'Italia di oggi.

Che cosa è l'Agenda Monti.

Essa era composta dalla parte detta “salva Italia” e da quella detta “cresci Italia”. La prima serviva a mettere subito al sicuro i conti pubblici, la seconda a far crescere nel tempo l'Italia. Nel blocco “salva Italia” abbiamo la riforma delle pensioni (nota come riforma Fornero), il taglio della spesa (trainata dalla spending review che cerca le inefficienze e il taglio dei trasferimenti alle imprese trainata dall'agenda Giavazzi), nonché l'incremento delle imposte (beni di lusso, IVA, IMU). Nel blocco “cresci Italia” abbiamo la riforma del mercato del lavoro (ancora nota come riforma Fornero), la semplificazione amministrativa, e le deduzioni fiscali per i giovani e la ricerca. I dettagli dell'Agenda sono a pagina 4 di: http://www2.dse.unibo.it/manasse/Pdf/Ministere_Economie_%20Monti.pdf

Tutte cose di buon senso. A) Mettere al sicuro i conti pubblici, ossia avere un bilancio delle stato in forte avanzo prima del pagamento degli interessi sul debito già emesso, serve a controllare il gran debito pubblico. B) Avere un mercato del lavoro che tenga conto nelle proprie regole dei mutamenti che si sono avuti negli ultimi decenni, è la registrazione di una tendenza storica. C) Un sistema pensionistico che distribuisce solo quel che si è versato (in valore attuale) è cosa ovvia, peraltro intrapresa nel lontano 1994 dal primo governo Berlusconi. D) Il taglio della spesa inefficiente o ingiustificata non si vede come contestarla. E) Volendo nemmeno l'incremento delle entrate attraverso le imposte indirette – facili da raccogliere e non “evadibili dagli evasori” - e le imposte patrimoniali sugli immobili, lasciando invariate le imposte dirette, perché già progressive, è seriamente contestabile.

Che cosa è accaduto?

Ciascuna di queste decisioni ha mostrato dei limiti nell'attuazione, come la scoperta degli “esodati”, ossia quelli che avevano maturato la pensione con il vecchio sistema che hanno improvvisamente scoperto di poter andare in pensione solo più tardi, il maggior peso finale del sistema giudiziario nella soluzione dei conflitti di lavoro, e via dicendo.

Che cosa resta da fare?

Si deve tenere presente che un conto sono i progetti un conto l'attuazione degli stessi. Si devono, infatti, varare i decreti attuativi, che coinvolgono il voto parlamentare e l'alta burocrazia. Secondo dei conti, solamente il 20% dei progetti ha avuto i decreti per attuarli, mentre ben l'80% non li ha ancora avuti. I dettagli sono a pagina 16: http://www2.dse.unibo.it/manasse/Pdf/Ministere_Economie_%20Monti.pdf.

Il ritorno del Cavaliere

Il ragionamento che segue dipende dalla premessa: se questa è valida il ragionamento fila. Il PdL non è un partito “identitario”, come è il PD, vale a dire un partito che riesce a sopravvivere agevolmente alle sconfitte, mantenendo all'incirca lo stesso numero di elettori, mentre resta in attesa di un futuro migliore rinchiudendosi in una “riserva indiana”. E questo avviene sia perché – a differenza del PD - non ha una “filosofia della storia” che lo sostiene ( = il Progresso è con noi e alla fine vinceremo), sia perché non ha organismi vitali che lo circondano e lo alimentano, come i sindacati e le cooperative. Dunque deve sempre vincere o tentare sempre di vincere le elezioni, pena la scomparsa. Se così non fosse, ossia come dicevamo all'inizio, se la premessa non fosse valida, la vicenda in corso si spiegherebbe solo con la psicologia di Berlusconi.

Insomma, Berlusconi torna, perché il PdL “per propria natura” non può fare diversamente. La strada scelta per annunciare - con trombe squillanti – il ritorno del Demiurgo è stata quella di non votare per Monti, ma di astenersi, così da staccarsi da Monti senza affossarlo. Monti ha poi annunciato le proprie dimissioni una volta che sia approvata la “legge di stabilità”, che, evitando l'”esercizio provvisorio”, mette al sicuro i conti dello stato. La legge di stabilità deve essere votata entro la fine dell'anno. Le elezioni hanno bisogno di sessanta giorni per essere organizzate e quindi si andrebbe al voto alla fine di febbraio o ai primi di marzo.

Austerità e Crescita

Berlusconi non torna (per inciso, per la sesta volta, dopo il 1994, 1996, 2001, 2006, 2008) con parole d'ordine anti-austerità, ma con l'accusa che l'austerità di Monti non funziona. Le critiche all'austerità cominciano a emergere un pò ovunque e dunque non abbiamo a che fare con una grande novità. Il PdL è stato – come primo partito italiano – il sostegno maggiore di Monti, da cui ha poi preso le distanze perché l'”austerità non funziona”. Inoltre, il PdL fa parte dei Popolari Europei, che sono a favore dell'austerità. Insomma, il suo “posizionamento” come partito anti austerità è difficile. Infine, non si capisce quale sia il programma.

Forse l'idea che, se si riducono le imposte, torna la fiducia e dunque tornano i consumi e gli investimenti, anche se aumenta il deficit pubblico. Dai pochi documenti a disposizione non si trova cenno della riduzione delle spese. Le minori imposte generano perciò un maggior deficit, che, a sua volta, alimenta un maggior debito. Il maggior debito andrebbe sotto controllo, ossia il suo peso sul PIL si ridurrebbe, se e solo se il ritorno della fiducia – frutto delle imposte ridotte - avesse un moltiplicatore maggiore di uno. Ossia, se per ogni euro di maggior deficit e debito si avesse più di un euro di crescita del PIL. Il PIL accresciuto prima frena la crescita (percentuale) del debito, e poi genera un maggior gettito fiscale con aliquote ridotte. E' questo un rischio – le minori imposte che non portino al controllo effettivo del debito - che si può correre? Ognuno dia la propria risposta, la mia – argomentata qui - è che questo è un rischio troppo alto.

La flessione iniziale dei mercati finanziari

Giovedì e venerdì scorso i mercati finanziari – prima che Monti annunciasse le proprie dimissioni - non hanno reagito più di tanto al ritorno di Berlusconi. I rendimenti dei BTP sono saliti, ma marginalmente, e la borsa è flessa, ma meno di quanto si potesse temere. La flessione dei prezzi delle azioni e delle obbligazioni italiane è stata anche il frutto della regola ormai praticata che afferma che, quando le prospettive di crescita si riducono, allora i paesi con i debiti maggiori (come la Spagna e l'Italia) vanno peggio. Si sono avute, infatti, nei due succitati giorni le dichiarazioni di Draghi e della Deutsche Bundesbank nella direzione di una minor crescita.

Che il ritorno di Berlusconi possa portare il PdL di nuovo al governo non è probabile. Né è detto che questo sia il suo vero obiettivo. Il PdL – ravvivato e con una Lega meno tramortita – può, infatti, impedire che si formi una maggioranza al Senato. Infatti, se il PD perdesse le elezioni in Lombardia, in Veneto e in Sicilia, non avrebbe la maggioranza al Senato. La avrà probabilmente alla Camera dove scatta facilmente il premio di maggioranza, ma potrebbe non averla al Senato, con ciò riproducendo quanto già avvenuto con Prodi II nel 2006.

Scenari

Lo scenario più probabile fino al ritorno di Berlusconi era quello di un governo che ruotava intorno al PD con Monti ministro del Tesoro o Presidente della Repubblica, come “garante dei conti”. Ora lo scenario più probabile (secondo chi scrive) è ancora quello di un Governo che ruota intorno al PD, che però ha una maggioranza instabile al Senato, sempre con Monti ministro del Tesoro o – sarebbe meglio - Presidente della Repubblica. Come Presidente potrebbe, infatti, rimandare alle Camere le leggi di spesa senza copertura, con ciò garantendo il pareggio di bilancio – vincolo da introdurre nella Costituzione. Resta aperto il problema della elezione a Presidente di Monti. Se il PdL non lo votasse subito si dovrebbe continuare con le sedute fino a quando basta la maggioranza assoluta e non quella dei due terzi. Vero il ragionamento fin qui svolto, che cosa è davvero cambiato rispetto alla settimana scorsa? La possibilità di avere a marzo un governo (di sinistra “socialdemocratica”) più instabile, perché non ha la maggioranza al Senato. Maggioranza che potrebbe ottenere negoziando al Centro. Sempre che la “galassia” Casini, Fini, Montezemolo, e Fermare il Declino, ottenga un numero sufficiente di seggi.

Non è la “fine del mondo”, ma il rischio è salito. Attenzione che si hanno anche degli “effetti collaterali” positivi. Un PdL diventato più forte frenerebbe la “propensione a tassare” (leggi imposta patrimoniale) del PD. Un PdL diventato più forte rilancerebbe la “questione settentrionale” (leggi rendere efficiente la spesa pubblica in Meridione).

La flessione dei mercati e la ripresa successiva

Prendiamo l'andamento del rendimento del BTP a due anni nel 2012. A gennaio era sopra il 5%, poi è caduto fino a sotto il 2,5%. Durante l'estate è risalito intorno al 5% e poi è ricaduto sotto il 2%. Negli ultimi giorni è risalito, ma non ha superato la soglia del 2,5%. Per il grafico cliccare qui: http://www.bloomberg.com/quote/GBTPGR2:IND/

Prendiamo l'andamento del rendimento del BTP a dieci anni nel 2012. A gennaio era intorno al 7%, poi è caduto fino al 5%. Durante l'estate è risalito intorno al 6% e poi è ricaduto sotto il 5%. Negli ultimi giorni è risalito, ma non ha superato la soglia del 5%. Per il grafico cliccare qui: http://www.bloomberg.com/quote/GBTPGR10:IND/

I cicli di discesa dei rendimenti dei BTP - come si evince dai grafici - sembrano legati alle politiche e alle dichiarazioni della Banca Centrale più che alle vicende politiche minute. Il finanziamento per riacquistare i titoli fino ai tre anni di scadenza prima – la discesa fino a marzo 2012, la dichiarazione che “sarebbe stato fatto di tutto” per tenere unita l'euro area – la discesa da agosto 2012. Infine, il famigerato spread è intorno ai 350 punti, perché il rendimento dell'obbligazione tedesca è intorno al 1,5%, ossia lo spread è alto perché il rendimento tedesco è compresso in maniera anomala.

La borsa italiana è composta per la metà da titoli bancari, assicurativi, energetici e di imprese di pubblica utilità. Insomma, titoli di imprese consolidate che hanno i portafogli pieni di titoli di stato (banche e assicurazioni), oppure che possono distribuire dei dividenti alti (energia e pubblica utilità). Segue che, quando i rendimenti attesi sul debito pubblico scendono, le banche e le assicurazioni vanno bene e i dividendi delle società energetiche e di pubblica utilità diventano attraenti in rapporto alle cedole. E viceversa. Non desta perciò meraviglia che la borsa italiana vada molto meglio delle altre quando il debito pubblico del Bel Paese va bene. E viceversa.

Digressione: la scelta fra Fiscal e Growth Compact

Il Fiscal Compact, vuole che i deficit pubblici siano azzerati con (quasi) qualunque andamento ciclico; il Growth Compact vuole rilanciare l'economia, usando, ma senza esagerare, i deficit pubblici. Nessuno dei due approcci – secondo chi scrive - è davvero convincente. Nel caso del Fiscal Compact (che possiamo pensare come quello di Monti) sono troppe le assunzioni che si devono fare per avere il ritorno veloce della “fiducia”. Nel caso del Growth Compact (che possiamo pensare come quello di Berlusconi e di una parte del PD) i numeri non “girano” così facilmente.

Il Fiscal Compact è l'idea che i deficit pubblici debbano essere nulli anche in assenza di ripresa economica. I deficit pubblici nulli, infatti, non alimentano il debito, che smette di crescere. Smettendo il debito di crescere, ecco che prima o poi torna la fiducia e l'economia alla fine si riprende. Com’è che si manifesta la “fiducia”? Se il debito pubblico cresce, gli agenti economici pensano che in futuro pagheranno più imposte per tenerlo sotto controllo, perciò riducono i propri consumi oggi per tener conto delle maggiori imposte di domani. Se il debito pubblico, invece, non cresce, gli agenti economici pensano che in futuro pagheranno meno imposte per tenerlo sotto controllo, e perciò aumentano i propri consumi oggi per tener conto delle minori imposte di domani. La fiducia, a sua volta, emerge in base a due comportamenti: si assume che gli agenti tendono a spalmare - a rendere costanti - nel tempo i consumi, e si assume che facciano dei conti minuziosi sulle imposte di domani.

Potrebbe piacere l'idea opposta, il Growth Compact, meno arzigogolata, la quale afferma che è meglio avere dei deficit pubblici sobri per rilanciare l'economia. La spesa pubblica in deficit (finanziata solo con l'emissione di obbligazioni) funziona sotto tre condizioni: 1) il deficit iniziale (frutto di maggiori spese e/o minori imposte) alimenta la domanda aggregata per una somma maggiore (per ogni euro di deficit supplementare si ha più di un euro supplementare di PIL), 2) inizialmente si ha disoccupazione e si usano poco gli impianti, altrimenti si avrebbe inflazione, 3) il costo del debito pubblico è inferiore al tasso di crescita dell'economia. Tutto bene quindi ? Passiamo alla parte “pratica”. In Italia il costo del debito è pari - sulla media delle scadenze delle obbligazioni dai tre mesi ai trenta anni - al 4% circa. Poniamo (un'assunzione rischiosa) che il costo del debito resti invariato a fronte della ripresa della spesa pubblica in deficit. La crescita economica (reale e nominale) che riduca il peso (percentuale) del debito pubblico che si dovrebbe avere deve perciò essere superiore al 4%. La crescita economica si compone di un tasso di inflazione (precisamente il deflatore del PIL) che è pari al 2% (il valore corrente) e di una crescita reale che deve essere pari al 3% (la crescita negli ultimi anni è stata pari alla metà). Il 5% è perciò un numero molto alto per l'Italia.