Nei prossimi 15 anni potremmo registrare una contrazione del PIL italiano dell’11% se la riduzione della popolazione attiva continuerà secondo le tendenze attuali. Sono queste le proiezioni della relazione annuale del 2024 della Banca d’Italia, ed è lo stesso governatore Fabio Panetta ad individuare nell’emigrazione uno dei punti più critici: “Per ampliare stabilmente la forza lavoro, è necessario creare opportunità di occupazione attrattive per i numerosi italiani che lasciano il Paese alla ricerca di migliori prospettive”. Se vogliamo invertire questa rotta, serve sapere chi decide di partire, le ragioni che spingono via dall’Italia e su quali aree del mercato del lavoro si dovrebbe intervenire.

Chi lascia l’Italia?

Una parte sempre crescente dei giovani espatriati è laureata. Il brain drain, annoso problema italiano, racchiude una doppia dinamica di perdita: da un lato, trasferendosi all’estero, una fetta di forza lavoro qualificata non contribuisce alla crescita della nostra economia; dall’altro, l’investimento nella loro formazione, sia scolastica che universitaria, che il Paese compie a loro beneficio, non torna indietro. Secondo il più recente rapporto Istat, su oltre 1 milione di espatriati nel decennio 2014-2023, 367mila sono giovani tra i 25 e i 34 anni (più di un terzo); di questi, circa 146mila (quasi il 40%) hanno conseguito almeno una laurea triennale. Se il trend dell’espatrio dei laureati è in netta crescita, questa dinamica non riflette un aumento analogo del livello di istruzione generale nella popolazione giovane. Sebbene un aumento dei laureati sia presente, questi sono comunque sovra-rappresentanti tra i giovani emigrati. In altre parole, tra i giovani italiani, poco meno di uno su 3 è laureato mentre, tra quei giovani che hanno lasciato il Paese negli ultimi anni, più di uno su 2 è laureato. Peraltro, come evidenziato dal grafico sottostante, la forbice tra questi due dati si è significativamente allargata nell’ultimo decennio, passando da una differenza di poco più di 5 punti percentuali ad una proiezione di oltre 20 nel 2024.

Figura 1. Percentuale di laureati tra la totalità dei giovani italiani vs tra i giovani italiani emigrati

Tra i laureati, la dinamica dell’espatrio è ancora più marcata se si considerano coloro che hanno raggiunto il più alto grado di istruzione terziaria, come i dottori di ricerca o i titolari di un master di secondo livello. Tra il 2013 e il 2021, quasi 13mila persone appartenenti a questo gruppo hanno lasciato il Paese, con un flusso annuale in uscita complessivamente in crescita in termini assoluti.

Figura 2. Numero di espatriati italiani per titolo di istruzione
Perché i giovani laureati emigrano?

Per capire le ragioni dietro questa crescente tendenza all’espatrio, possiamo fare riferimento agli strumenti sviluppati dagli studiosi di economia delle migrazioni, secondo i quali dietro ogni scelta emigratoria sono presenti alcuni push factors, fattori che spingono le persone a lasciare il Paese, e altri pull factors, fattori che attraggono le persone verso una specifica destinazione. Nel caso dell’Italia, quindi, bisogna sia riflettere sulle condizioni di vita sfavorevoli che spingono i giovani a partire, sia sulle opportunità che specifici Paesi esteri offrono a chi sceglie di trasferirsi lì. Pur risultando spesso simmetrici o definiti in termini relativi, è utile distinguere i fattori in base alla loro natura push o pull al fine di elaborare adeguate risposte di policy. Tra i fattori di attrattività (pull), emergono salari più alti, migliori opportunità di lavoro e formazione e, in molti casi, la possibilità di bilanciare vita privata e lavorativa con più facilità rispetto all’Italia. Secondo l’ultimo rapporto di Deutsche Bank sulla qualità della vita nelle principali capitali mondiali, Lussemburgo, Copenaghen e Amsterdam si collocano ai primi posti, mentre Roma è ferma al quarantunesimo posto. L’indice non tiene ovviamente conto delle preferenze personali, ma cerca di costruire un’immagine oggettiva dei luoghi che prenda in considerazione lo stato di salari, sanità, trasporti, mercato immobiliare e inquinamento, tutti criteri sulla base dei quali l’Italia appare poco attrattiva. Per quanto riguarda i salari, in generale il conseguimento di titoli di studio più elevati permette di consolidare le proprie competenze e aumentare il proprio valore nel mercato del lavoro (c.d. college wage premium). In Italia, ad esempio, gli stipendi e il tasso di impiego di coloro che hanno conseguito un master sono mediamente migliori rispetto ai laureati in triennale. Tuttavia, il premio connesso all’ottenimento di titoli di studio superiori è minore rispetto alla media europea. Una recentissima elaborazione della Banca d’Italia su dati EU-SILC ed Eurostat evidenzia la correlazione tra il crescente numero di espatri verso alcuni Paesi europei e la crescente competitività dei salari offerti ai giovani laureati nei medesimi Paesi. Infatti, nel 2012 in Germania un giovane laureato guadagnava in media il 30% in più rispetto all’Italia ed i salari francesi si attestavano circa allo stesso livello, mentre nel 2024 un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30%.

Tra le ragioni che spingono a partire (push), si inserisce il declino dell’economia italiana, in cui il settore terziario, la ricerca, e gli investimenti in innovazione sono relativamente sottosviluppati. Così, la scarsa competitività dei salari italiani si accompagna ad un mercato del lavoro che fa fatica ad offrire impiego qualificato a fronte di una domanda di adeguata remunerazione delle competenze da parte degli aspiranti lavoratori. Infatti, non sempre l’offerta di lavoro altamente qualificata è corrisposta da altrettanta domanda, potendo portare questi giovani lavoratori a svolgere un lavoro per cui sono eccessivamente qualificati. Questa situazione di over-qualification è correlata con diversi effetti negativi per il lavoratore, tra cui non solo minori retribuzioni, ma anche una generale riduzione della soddisfazione di vita. Come evidenziato dal grafico sottostante, l’eccesso di competenze è un fenomeno che, sebbene in diminuzione, è particolarmente diffuso in Italia e può contribuire ad alimentare il fenomeno dell’espatrio dei giovani.

Figura 3. Percentuale di giovani laureati sovra-qualificati in Italia e UE

Questo skill mismatch è stato analizzato dagli economisti Oriana Bandiera e Andrea Prat insieme ai loro coautori, nel primo studio di larga scala sull’allineamento tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste nella loro mansione lavorativa. Per fare questo, elaborano un indice di meritocrazia, che misura il rapporto tra l’output effettivamente generato dall’attuale allocazione delle competenze e quello che si otterrebbe in assenza di frizioni. L’indice si sviluppa su una scala da 0 a 1, dove valori più alti indicano un migliore utilizzo delle competenze disponibili. Gli autori mostrano che, sebbene questo valore in genere aumenti all’aumentare del PIL, in Italia rimane molto più problematico rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale e settentrionale. Infatti, lo studio registra per l’Italia un valore di circa 0,4, che segnala un significativo sottoutilizzo di risorse e capitale umano.

Dal mercato del lavoro all’autorealizzazione

Per fare un quadro sull’attrattività del nostro Paese per le persone con elevata qualificazione, confrontiamo l’Italia alla Francia e la Germania, tra le principali destinazioni per gli emigrati italiani, usando alcuni indici elaborati dall’Ocse nel seguente grafico. Partendo dall’alto e procedendo in senso orario, compariamo la presenza di condizioni che promuovono competenze avanzate, la qualità della vita, la probabilità di avere successo economico, la quantità delle opportunità per inserirsi nel mondo del lavoro, il welfare statale, e il tasso di diversità e inclusione del mercato lavorativo. L’Italia ottiene un punteggio di circa un terzo inferiore rispetto a quello della Germania e della Francia in termini di opportunità del mercato del lavoro e qualità della vita. Il divario è ancora più marcato nella dimensione che misura la capacità di valorizzare competenze chiave, dove il punteggio italiano è circa la metà di quello registrato negli altri due Paesi.

Figura 4. Indice Ocse sulla capacità di Germania, Francia e Italia di mantenere e attrarre lavoratori altamente qualificati (Master di I e II livello)

Questi dati inducono a pensare che la dimensione più importante per la fuga dei giovani italiani sia quella relativa al disallineamento tra domanda e offerta di competenze. Un tale disallineamento ha ricadute su aspetti non necessariamente pecuniari ma comunque fondamentali per il benessere individuale, quali l’autorealizzazione professionale.

Disallineamento tra competenze offerte e richieste: il caso dei dottori di ricerca

Concentrando l’attenzione sui dottori di ricerca, l’indagine condotta da Istat sul loro inserimento professionale conferma la presenza diffusa di lavoratori sovra-qualificati. Da una parte, se si analizzano le reali richieste delle offerte di lavoro, solo nel 40% dei casi il titolo di dottorato è esplicitamente richiesto. Dall’altra, solo poco più della metà dei dottori intervistati ritiene che il titolo di dottorato sia stato utile ai fini del lavoro che svolgono quotidianamente. I due dati – di richiesta formale e necessità percepita - puntano nella stessa direzione: il mercato italiano non offre abbastanza posizioni lavorative in cui la qualifica di dottorato venga richiesta o valorizzata.

Figura 5. Opinione dei dottori di ricerca rispetto alle qualifiche richieste per le mansioni lavorative da loro svolte, sul totale dei ricercatori intervistati (%)

Dove sono, quindi, i posti di lavoro mancanti? O, meglio, dove servono altri posti di lavoro per allineare la domanda e l’offerta di competenze? Considerando che l’ambito di ricerca e sviluppo (R&D) costituisce quello più adatto alle competenze specifiche dei dottori di ricerca, è interessante osservare il numero di ricercatori impiegati in questo settore in Italia, sempre rispetto a Francia e Germania. Guardando all’insieme dei dati sull’occupazione dei ricercatori in ambito R&D nell’Unione Europea, espressi in percentuale della popolazione attiva, emergono differenze rilevanti sia in termini di numero di occupati nel settore (headcount) sia di numero di ore effettivamente spese in attività di R&D (FTE). In termini di FTE, la percentuale di ore lavorate in questo ambito in Italia è al di sotto della media UE (0,73% vs 1,73), segno di una ridotta diffusione di queste professionalità. È interessante notare come questa differenza affondi le radici soprattutto nel settore privato for profit, in cui l’Italia rimane ferma allo 0,3% mentre Germania e Francia registrano dati intorno al 0,75%. Al contrario, i settori pubblico, universitario e no profit dimostrano capacità di assorbimento di queste competenze tutto sommato in linea con Germania e Francia.


Figura 6. Numero di ore lavorate da ricercatori in ruoli di ricerca e sviluppo per settore in Italia, Germania, Francia e UE

L’insieme di questi dati restituisce una fotografia dei trend emigratori dei giovani italiani: chi parte non sono solo le persone in una posizione svantaggiata per l’accesso al mercato del lavoro, ma anche – e soprattutto – persone che hanno competenze elevate, che dovrebbero essere in grado di garantire loro le migliori opportunità di impiego. L’analisi di push & pull factors suggerisce che la questione non sia necessariamente salariale: i giovani altamente qualificati non se ne vanno perché in Italia sono pagati poco, ma soprattutto perché non servono. Per invertire la rotta della fuga dei talenti, la strada inizia dal creare quei nuovi posti di lavoro che possono ridurre il nostro divario con gli altri Paesi proprio nell’“ecosistema delle competenze”.

Consigliati per te: