Il 31 marzo 2026, a Zenica, in uno stadio di periferia bosniaca, la Nazionale italiana ha mancato per la terza volta consecutiva la qualificazione al Campionato del Mondo. Prima c’era stata la Svezia, nel 2018. Poi la Macedonia del Nord, nel 2022 — quando eravamo campioni d’Europa in carica. Ora la Bosnia. Tre playoff, tre eliminazioni, dodici anni senza Mondiali e, a questo punto, almeno sedici: perché il prossimo appuntamento è il 2030. Non è mai accaduto, nella storia del calcio mondiale, che una nazionale che ha vinto la Coppa del Mondo quattro volte — come l’Italia, con i titoli del 1934, 1938, 1982 e 2006 — mancasse per tre edizioni consecutive la fase finale. 

C'era una volta il calcio italiano che vinceva. In primavera le squadre italiane di club affrontavano spesso le semifinali europee e il Paese si sentiva almeno lì, sul prato verde, all'altezza dei migliori. Una narrazione che va scomparendo. Non tanto per il fato cinico e baro, come avrebbe scritto Gianni Brera: è finita per scelta, per indolenza, per il quieto vivere di una un sistema che ha preferito la rendita all'investimento, il controllo al rischio, la posizione alla visione.
Diamo la parola ai numeri dell’economia del calcio italiano nel 2024-25. La Serie A ha generato ricavi complessivi per circa 2,9 miliardi di euro. La Premier League inglese ne ha prodotti 7,2. Il gap sportivo è il risultato finale di un gap di sistema, di infrastrutture, di governance, di mercato. È la distanza che separa un'industria moderna da un artigianato protetto come corporazione del passato.

Tabella 1. Calcio europeo: ricavi, infrastrutture e performance continentale (stagione 2023-24)

Fonti: Deloitte Football Money League 2024; UEFA Club Competitions Report 2024; FIGC Rapporto Calcio 2024; elaborazioni Mondo Economico

Gli stadi, prima di tutto. Perché lo stadio non è solo il luogo dove si gioca: è la piattaforma tecnologica e commerciale che genera ricavi per trecento giorni all'anno e non solo nel corso del campionato. Wembley ospita concerti, conferenze, eventi corporate. L'Allianz Arena di Monaco riceve visitatori come un museo. Anfield è un brand globale con un hotel annesso. I club italiani, con l'eccezione della Juventus — unica proprietaria del proprio impianto tra i grandi club — giocano in gran parte in stadi costruti per i Mondiali del 1990 ( già invecchiati male) o, più spesso, in edifici municipali anni Settanta, spesso tristi, inadeguati alle funzioni moderne, che appartengono ai Comuni e che i Comuni non possono cedere, né ristrutturare senza garanzie di ritorno che nessun privato può dare nelle condizioni di incertezza regolatoria.
In Italia solo il 5% circa delle società professionistiche gioca in uno stadio di proprietà. In Germania l'80%, in Inghilterra oltre il 70%. Stiamo parlando della misura di quanto il calcio italiano sia ancora dipendente da infrastrutture pubbliche e da vincoli burocratici che ostacolano qualsiasi razionale piano di investimento privato. Lo stadio di proprietà non è un privilegio da ricchi: è la precondizione per cui i professionisti degli investimenti investano, i banchieri prestino, gli sponsor si impegnino a lungo termine.

Il secondo nodo è quello dei diritti televisivi. La Serie A ha incassato nella stagione 2023-24 circa 967 milioni di euro di diritti domestici. La Premier League 3,1 miliardi. La differenza — oltre 2 miliardi — non dipende dal maggior appeal del calcio inglese e neppure dal reddito disponibile: si spiega con la struttura dell'asta. In Inghilterra i diritti vengono negoziati attraverso una piattaforma competitiva, con pacchetti plurimi, con procedure trasparenti che massimizzano la rendita per tutti i club. In Italia ci si accontenta ancora di vecchie modalità negoziali meno competitive, con accordi bilaterali, con la Lega che partecipa senza riuscire a far parte di un meccanismo di tutela della efficienza e della concorrenza del mercato, come avviene internazionalmente.
Mancando una piattaforma nazionale per aste competitive, il calcio italiano potrebbe avere sistematicamente svenduto il proprio prodotto. Lo streaming internazionale non rimedia: i pacchetti secondari vengono ceduti a prezzi bassi a confronto con il resto del mondo comparabile, e la distribuzione interna tra i club resta squilibrata in modo da disincentivare chi vince — perché chi vince vuole di più — e non premiare chi investe. Una piattaforma digitale di asta competitiva sui diritti, sul modello di quelle adottate nelle grandi leghe nordeuropee, potrebbe valere tra i 300 e i 500 milioni di euro aggiuntivi l'anno. Una cifra che emerge considerando l'elasticità della domanda internazionale per il prodotto calcistico italiano, ancora oggi percepito come di qualità tattica elevata – benché non più ai vertici - ma penalizzato dalla trascurata strategia di valorizzazione.

C'è poi la questione dei giovani, ed è decisamente penalizzante. Il calcio italiano forma ancora bene: le accademie esistono, i talenti nascono. Ma il modello di business prevalente li trasforma immediatamente in asset patrimoniali da capitalizzare in bilancio attraverso la plusvalenza da cessione, non in giocatori da far crescere in campo. Il diciassettenne che vale venti milioni gioca poco: viene messo in tribuna, prestato in Serie C, tenuto fuori dagli schemi per non rischiare infortuni che ne ridurrebbero il prezzo di mercato.
Società quasi sempre poco capitalizzate hanno un ovvio incentivo economico a privilegiare la valorizzazione contabile rispetto all’impiego sportivo dei giovani talenti. E questo, pur corretto e forse obbligato per il singolo club, produce un'irrazionalità sistemica: il capitale umano viene svalutato nell'uso per essere valorizzato nella transazione. Si rinuncia a produrre con i giovani talenti per incassare vendendoli. Anche perché le società non brillano per capacità di fund rising. Il gatto si morde la coda. Per attrarre più investitori bisognerebbe dimostrare di saper produrre valore economico. Comunque sia, la subottimale e diffusa politica giovanile determina che la nazionale italiana sia cronicamente povera di under-23 con esperienza di alto livello, e che i club cedano giocatori che torneranno tra cinque anni da avversari, nei campionati stranieri dove sono cresciuti. La Germania ha costruito il suo modello proprio sull'obbligo di impiegare giovani di formazione domestica: il risultato è stato la vittoria del Mondiale 2014 e una Bundesliga competitiva a livello europeo per un decennio.

L'impatto economico complessivo di questo declino non si ferma ai cancelli dello stadio. Il calcio è un moltiplicatore di consumi: la partita trascina con sè la cena al ristorante, la birra, il viaggio in treno, la notte in hotel per chi viene da fuori, il merchandising, la pay-tv, le scommesse sportive. Ogni euro speso intorno allo stadio ne genera in media 1,8 nell'economia locale, secondo le stime del CEIS Tor Vergata sul ciclo economico degli eventi sportivi. Più di un investimento pubblico standard. Quando lo stadio è vecchio, freddo e difficile da raggiungere, quei consumi non si attivano: restano potenziale non realizzato.
La tabella seguente mostra la dimensione dei principali componenti del sistema di valore generato dal calcio, comparando i quattro principali campionati europei per voci di ricavo diretto e di indotto stimato.

Tabella 2. Sistema calcio: valore generato per voce (stima 2023-24, milioni di euro)

Fonti: Deloitte, UEFA, KPMG Football Benchmark, FIGC, EY Sport Report 2024; stime indotto da CEIS e LIUC Business School. I dati sull'indotto turistico e sul gettito fiscale sono stime basate su moltiplicatori settoriali.

Il gap tra Italia e Inghilterra supera i 7 miliardi di euro nell'economia allargata del calcio. Non tutti recuperabili, ovvio: le economie di scala del mercato anglofono e il vantaggio storico accumulato dalla Premier League sono fattori strutturali non azzerabili in un lustro. Ma una parte di quel gap — stimabile intorno ai 2 miliardi annui — è pura perdita da disfunzione di sistema. Non destino, ma organizzazione industriale inefficiente.

Si arriva infine al nodo gordiano. Il problema del calcio italiano non è tecnico: è organizzativo e politico. La riforma degli stadi richiede modifiche urbanistiche che i consigli comunali sono restii ad affrontare, perché i comitati del no votano e gli investitori no. Dal 2021 la Autorità Garante della Concorrenza è intervenuta più volte con sanzioni su temi legati ai diritti televisivi, ma una riforma non pare all’orizzonte, perché non è spinta dall’industria del calcio e non è desiderata, probabilmente, neppure da alcuna maggioranza al governo, di qualsiasi lato del Parlamento. Forse per non urtare i grandi broadcaster, che ritengono di difendere al meglio i propri interessi non cambiando le cose. La modifica del modello di utilizzo dei giovani richiederebbe una revisione delle norme FIGC sui prestiti, ma questo non incontra il consenso unanime e neppure maggioritario degli organi dei grandi club, che ne rallentano l’avanzamento in seno alla federazione, dove essi siedono con la loro influenza.
La rendita, si sa, si difende sempre meglio dell'innovazione. Chi guadagna con il sistema attuale — e guadagna male, ma stabilmente — ha più incentivo a conservarlo di quanto qualsiasi riformatore abbia a cambiarlo. È la regola nell'economia politica degli interessi costituiti, che Mancur Olson ha descritto nei suoi studi come causa della rigidità delle economie mature. Altro che tassisti e balneari. L'Italia del calcio è un altro caso da manuale: un'industria bloccata da regole e consuetudini consolidatesi nel tempo con vantaggi appropriati da gruppi professionali che comprendono dirigenti federali, consiglieri comunali, operatori televisivi e altri, che non amano cambiarle.

Eppure, non sarebbe impossibile uscirne. Ci vorrebbero tre cose, semplici nella logica: una legge sugli stadi che semplifichi le procedure, con meccanismi di partenariato pubblico-privato chiari e standardizzati; una riforma della governance della Serie A che introduca una piattaforma competitiva e trasparente per i diritti televisivi, sul modello tedesco e spagnolo; e un sistema di norme FIGC che limitino i prestiti e incoraggino l'impiego effettivo dei under-23 in prima squadra, con un meccanismo di bonus stagionale ai club virtuosi.
Tre riforme, nessuna delle quali richiederebbe risorse pubbliche rilevanti. Tutte e tre in grado di generare, nel giro di un quinquennio, un incremento del valore complessivo del sistema calcistico italiano che potrebbe perfino valere tra i 1,5-2 miliardi annui, tra ricavi diretti e indotto. Un calcio più competitivo farebbe bene anche al sentiment dell’economia generale, perché esso ha sempre funzionato da moltiplicatore di ottimismo collettivo. Per quanto questa sia una variabile sfuggente, essa è ormai considerata capace di effetti reali sui consumi e gli investimenti da parte degli economisti comportamentali.

Invece restiamo dove siamo. Guardando l'Europa che ci passa davanti, con stadi pieni di luce e di valore, con ventenni che giocano titolari a Old Trafford e al Bernabeu, con piattaforme digitali che vendono all'asta un prodotto a prezzi migliori. E noi a contare gli anni dall'ultima volta che un club italiano ha alzato la Coppa dei Campioni — l'Inter nel 2010, quindici anni fa, sembra un'altra epoca geologica — mentre la politica è distratta e i dirigenti rinnovano i propri mandati.
Non scriveremmo queste parole se il calcio fosse soltanto uno svago. Lo facciamo perché il calcio italiano vale, secondo il Bilancio Integrato FIGC 2024 elaborato con PwC Italia, 12,4 miliardi di euro di impatto complessivo sul PIL nazionale: circa lo 0,5% del prodotto interno lordo del Paese. Un settore che attiva 141.000 posti di lavoro, genera 3,5 miliardi di gettito fiscale e previdenziale, e produce per ogni euro “investito” dallo Stato un ritorno fiscale stimato di 20,5 euro. Nessun altro comparto sportivo si avvicina a questi numeri.
Il calcio non è un lusso. È un’industria, un moltiplicatore, un clima.
E un Paese che non sa gestirlo non dimostra di trascurare il gioco: dimostra di non saper fare industria.

Consigliati per te: