Negli ultimi decenni l’Italia ha attraversato una trasformazione demografica profonda, con un aumento costante della quota di popolazione anziana rispetto a quella giovane, in età lavorativa. Il tasso di dipendenza — il rapporto tra gli over 65 e le persone di età compresa tra i 20 e i 64 anni — ha raggiunto livelli storicamente elevati, crescendo in maniera pressoché lineare nel tempo: da 0,15 negli anni Sessanta a circa 0,40 nel 2024 (Figura 1).[1] In pratica, per ogni persona anziana ci sono oggi circa due persone in età lavorativa; all’inizio degli anni Sessanta se ne contavano quasi sette. Questo processo è il risultato combinato di una natalità da tempo in forte contrazione e di una longevità crescente, tendenze destinate a consolidarsi nei prossimi decenni, anche alla luce della progressiva riduzione della popolazione in età produttiva.[2]

Fonte: elaborazione Mondo Economico - Eurostat

La tenuta del sistema pensionistico

Una struttura demografica di questo tipo pone sfide cruciali ai sistemi pensionistici a ripartizione, in cui le prestazioni erogate oggi sono finanziate dai contributi versati dai lavoratori di oggi. Con un numero crescente di anziani e una base di potenziali contribuenti che non cresce di pari passo, il rapporto tra spesa pensionistica, occupazione e gettito contributivo tende a diventare sempre più fragile. Quando questo equilibrio si deteriora, senza interventi correttivi la pressione si trasferisce sul bilancio pubblico nel suo complesso, con il rischio di comprimere spazi di finanziamento per altri ambiti centrali per il welfare e la crescita, come sanità e istruzione.
Ci sono sostanzialmente due strade per affrontare la sfida della sostenibilità pensionistica nel breve-medio periodo — senza dover attendere i tempi lunghi di eventuali politiche sulla natalità, e volendo escludere aumenti delle aliquote contributive o un maggiore ricorso alla fiscalità generale. La prima passa per un aggiustamento delle prestazioni, attraverso erogazioni meno generose (agendo sui coefficienti di trasformazioni) o una dinamica di crescita più contenuta nel tempo (agendo sulle  rivalutazioni). Tuttavia, ciò averebbe implicazioni rilevanti in termini di adeguatezza e rischio povertà.
La seconda strada consiste nell’agire sul fronte occupazionale. In un contesto in cui le persone di età compresa tra i 20 e i 64 anni si riducono in termini relativi, diventa sempre più importante che quante più di queste partecipino attivamente nel mercato del lavoro, ampliando la base dei contribuenti. Questa strategia non elimina la pressione demografica, ma agisce sul rapporto tra contribuenti e beneficiari. [3]

Rafforzare la partecipazione al mercato del lavoro

A questo proposito, è utile spostare l’attenzione da un indicatore puramente demografico — il rapporto tra popolazione anziana e popolazione in età lavorativa — a una misura più direttamente rilevante per la sostenibilità del sistema a ripartizione: il numero di occupati (tra 20 e 64 anni di età) per ogni beneficiario di pensione di vecchiaia. È questa relazione tra beneficiari e lavoratori attivi, più che la sola struttura per età, a incidere direttamente su quante prestazioni pensionistiche possano essere finanziate a parità di regole. In Italia, nel periodo 2009–2023, questo indicatore è rimasto stabilmente sotto le due unità, passando da 1,66 nel 2009 a 1,82 nel 2023. Nel confronto europeo emerge un divario non marginale: a seconda dell’anno, l’Italia registra circa 0,15–0,30 occupati in meno per pensionato rispetto alla media dell’area euro.
In concreto, agire sul fronte occupazionale significa intervenire essenzialmente su quattro bacini principali: rafforzare l’occupazione dei giovani, aumentare la partecipazione femminile, valorizzare il contributo degli immigrati e, infine, prolungare la permanenza dei lavoratori anziani nel mercato del lavoro.

Gli spazi di manovra, per quanto riguarda giovani e donne, sono ampi. In Italia, la quota di NEET (Not in Employment, Education or Training) tra i 15 e i 29 anni è oltre il 15% (2024), tra le più alte in Europa — seconda solo alla Romania, con il 19%.[4] Anche sul fronte dell’occupazione femminile, l’Italia rappresenta un caso-limite in Europa. Nel 2024, il divario di occupazione tra uomini e donne (20–64) ha raggiunto 19,4 punti percentuali, il valore più alto nell’UE, con un tasso di occupazione femminile fermo al 57,4%. Inoltre, in questo ambito il tema non riguarda solo il margine estensivo, ma anche quello intensivo: tra le donne occupate, la quota di part-time rimane elevata — circa il 30%, contro circa il 7% per gli uomini — con implicazioni dirette sul volume di ore lavorate e quindi sulla base contributiva effettiva.[5]
A valle di questi due bacini — e tralasciando il nodo delle politiche di immigrazione e integrazione — l’altro aspetto chiave per la sostenibilità nel breve-medio periodo riguarda i lavoratori anziani. Se per giovani e donne la sfida è aumentare la partecipazione e ridurre il sottoutilizzo del lavoro, per le coorti più mature la leva è soprattutto la permanenza nel mercato del lavoro e il momento effettivo di uscita. Posticipare il pensionamento agisce infatti su due margini contemporaneamente: aumenta gli anni di contribuzione e riduce gli anni di erogazione della prestazione, con un impatto immediato sul rapporto tra contribuenti e beneficiari.
Sul fronte dell’adeguamento dell’età legale di pensionamento molto è già stato fatto negli ultimi anni, anche in Italia. In questa sede ci concentriamo quindi su un fenomeno che mette in luce l’esistenza di una significativa offerta (e domanda) di lavoro proprio tra le fasce più anziane della popolazione, ma che, nelle forme attuali, contribuisce solo marginalmente alla sostenibilità del sistema pensionistico. Si tratta del fenomeno dei pensionati lavoraratori.

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I lavoratori pensionati

I dati ISTAT mostrano come nel 2023, in Italia, il 10,8% dei pensionati tra i 50 e i 74 anni dichiara di aver svolto un’attività lavorativa anche dopo aver iniziato a percepire una pensione.[6] in particolare, il 9,4% ha lavorato nei primi sei mesi successivi alla decorrenza, mentre l’1,4% ha lavorato soltanto dopo i primi sei mesi. Questo dato segnala che, nelle coorti più mature, l’uscita dal mercato del lavoro non coincide sempre con il momento in cui la prestazione pensionistica inizia a essere erogata.
Il lavoro post-pensione è complessivamente più diffuso tra i pensionati (14,8%) che tra le pensionate (6,0%) e la probabilità di lavorare dopo la pensione cresce con il livello di istruzione, passando dal 7,2% tra i meno istruiti al 16,7% tra i laureati. Per quanto riguarda il profilo occupazionale, tra i pensionati occupati nel 2023 risulta molto più alta l’incidenza del lavoro autonomo (79,5% contro 25,7% nel totale degli occupati 50–74); è più frequente il part-time (37,7% contro 17,0%) e si osserva una maggiore concentrazione relativa nell’ambito dell’agricoltura (13,0% contro 4,1%) e del commercio (19,9% contro 12,4%).
L’esistenza di una quota non trascurabile di persone che, pur percependo una pensione, continuano a lavorare segnala anzitutto che tra le coorti più mature permane un’offerta (e domanda) di lavoro considerevole. Secondo i dati INPS, le settimane retribuite un anno dopo il pensionamento rappresentano in mediana il 100% (mediamente l’85%) di quelle precedenti. Non si tratta quindi di lavoretti occasionali, ma di un proseguimento a tutti gli effetti della carriera lavorativa.[7]

Questo proseguimento non è riconducibile esclusivamente a motivi di necessità economica. Tra i pensionati che hanno continuato a lavorare nei primi sei mesi dopo aver ricevuto la pensione, più della metà (51,7%) indica infatti come ragione principale la soddisfazione personale e il desiderio di continuare a essere produttivo (Figura 2). La motivazione economica rimane comunque rilevante (29,7%), seppur non prevalente. Le altre ragioni risultano più residuali, incluse quelle relazionali (4,3%) o legate alla disponibilità di un reddito aggiuntivo, anche se non strettamente necessario (6,0%). Questa evidenza è confermata dai dati amministrativi INPS, che mostrano come la prosecuzione dell’attività lavorativa sia più frequente proprio tra chi dispone di una posizione previdenziale relativamente solida. Solo tra i pensionati più giovani, la decisione di continuare a lavorare è in parte legata all’esigenza di integrare una pensione di importo modesto.[8]
Questa offerta di lavoro rimane tuttavia poco allineata ad obiettivi di sostenibilità del sistema pensionistico. In un sistema a ripartizione, infatti, lavorare dopo la liquidazione della pensione non riduce la durata del periodo di pensionamento già avviato: la pensione è già in pagamento e la spesa pensionistica resta dovuta anche mentre il soggetto lavora. Ne consegue che il lavoro in pensione può migliorare i saldi correnti (più contributi e più imposte), ma non agisce sul meccanismo che determina la traiettoria di lungo periodo della spesa pubblica pensionistica. Al contrario, posticipare l’uscita dal lavoro prima della liquidazione incide simultaneamente sui due margini che contano per l’equilibrio del sistema: aumenta gli anni di contribuzione (e quindi le entrate contributive) e riduce gli anni attesi di erogazione della pensione (e quindi la spesa pensionistica).

Fonte: elaborazione Mondo Economico - ISTAT

Gli incentivi attuali tendono implicitamente a favorire il cumulo tra pensione e lavoro più che il posticipo della decorrenza della pensione. Da un lato, nonostante il rinvio del pensionamento aumenti la pensione futura, questo beneficio è differito, distribuito nel tempo e difficile da valutare ex-ante, oltre che percepito come incerto in un contesto di frequenti interventi legislativi. Dall’altro, sebbene i contributi versati dopo la liquidazione della pensione non si traducano in modo automatico in una prestazione pensionista più alta, un incremento può comunque avvenire tramite il supplemento di pensione — seppur con vincoli temporali e spesso con importi contenuti, soprattutto quando l’attività è breve o a bassa intensità.[9]
Anche le misure esplicite di incentivo al posticipo — come gli esoneri contributivi che trasformano una parte dei contributi in maggiore retribuzione netta — hanno un’efficacia limitata, perché sono temporanee e non sempre sufficienti a compensare il vantaggio immediato della liquidazione della pensione e del cumulo dei redditi. Un esempio è il cosiddetto bonus Giorgetti, che incentiva il rinvio per chi matura i requisiti della pensione anticipata e presenta un perimetro di applicazione limitato nel tempo.

In una prospettiva di sostenibilità, occorre quindi riallineare gli incentivi affinché questa offerta di lavoro in età avanzata si traduca più frequentemente in un differimento dell’accesso alla pensione. Da questo punto di vista, una prima possibile direzione di intervento riguarda la stabilità degli incentivi al rinvio, superando strumenti temporanei e a perimetro ristretto a favore di meccanismi ampi e strutturali. Una seconda direzione consiste nell’introduzione di un sostanziale incentivo esplicito al rinvio, che non si esaurisca nel solo meccanismo automatico della formula contributiva né nella monetizzazione immediata dei contributi. In concreto, l’incentivo andrebbe disegnato come una scelta comparabile tra due opzioni: da un lato l’incasso immediato della quota contributiva, dall’altro la trasformazione della stessa quota — in tutto o in parte — in un credito previdenziale aggiuntivo che aumenti automaticamente l’importo della pensione futura secondo una premialità semplice, predefinita e trasparente — come nel modello tedesco.

 

[1] Eurostat: Population structure indicators at national level [demo_pjanind__custom_19609632]
[2] INAPP: https://www.inapp.gov.it/stampa-e-media/comunicati-stampa/29-05-2025-inapp-nel-2050-il-rapporto-tra-pensionati-e-lavoratori-sara-di-uno-ad-uno?
[3] A monte di entrambe le opzioni si colloca il tema della produttività. A parità di occupazione, una crescita più sostenuta della produttività e dei salari amplia la base imponibile su cui si fonda il finanziamento del sistema pensionistico, attenuando il trade-off tra sostenibilità e adeguatezza.
[4] https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Statistics_on_young_people_neither_in_employment_nor_in_education_or_training
[5] https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Gender_statistics
[6] Pensione e partecipazione al mercato del lavoro dei 50-74enni (ISTAT, 2025).
[7] https://eticaeconomia.it/lavoro-dopo-la-pensione-chi-continua-quanto-guadagna-e-perche-continua/
[8] XXIV Rapporto Annuale INPS (2025).
[9] https://www.inps.it/it/it/dettaglio-scheda.it.schede-servizio-strumento.schede-servizi.supplemento-di-pensione-per-pensionati-che-continuano-a-contribuire-50310.supplemento-di-pensione-per-pensionati-che-continuano-a-contribuire.html?.com