Questa settimana ragioniamo solo sull'Italia: 1) il saldo primario, seppur inferiore a quello stimato in passato, è pur sempre positivo, ed è, soprattutto, più credibile; 2) le “concessioni” di Bruxelles per un bilancio pubblico italiano leggermente più espansivo sono nell'ordine delle cose; 3) le banche italiane andranno meglio con la ripresa, che consentirà di recuperare una parte dei cattivi crediti.

Il saldo primario

Si hanno le previsioni e gli andamenti effettivi del saldo primario italiano (ossia il bilancio dello Stato prima del pagamento degli interessi) dell'ultima legislatura, quella che inizia nel 2013. Quel che si nota è la differenza fra le previsioni e i consuntivi.

Vero il budget del 2013, nel 2015 avremmo dovuto avere un avanzo primario sul PIL del quattro per cento, mentre non siamo arrivati al due per cento. Il PIL nominale è di circa 1.650 miliardi. Un due percento di differenza fra previsioni e consuntivo sono perciò oltre trenta miliardi di maggior avanzo primario. L'onere del debito pubblico – il suo costo - è di poco superiore ai sessanta miliardi – giusto per avere un'idea di quanto siano delle grosse cifre queste piccole percentuali di differenza.

Il maggior avanzo primario si ha con un taglio delle spese e con un aumento delle entrate, che possono aumentare a parità di aliquote, se c'è crescita. Non avendo nessun governo dal 2013 tagliato in misura significativa le spese, e nemmeno alzato le aliquote, ecco che i risultati consuntivi peggiori delle previsioni si hanno, alla fine, per la mancata crescita.

Con l'ultimo budget si ha una previsione più sobria che si avvicina al 3% nel 2018 - quindi oltre i cinquanta miliardi di avanzo primario. La stima del costo del debito per il 2018 è di oltre sessanta miliardi. Fra due anni saremo quasi in pareggio, e, sempre secondo le stime, l'anno dopo – il 2019 – in leggerissimo avanzo. Insomma, il deficit pubblico scomparendo. Può ritornare se si avesse una crisi, oppure se si rilanciasse la spesa per investimenti (che però potrebbero avere una diversa contabilizzazione).

Fonte:http://www.mazzieroresearch.com/wp-content/uploads/2016/05/Italia-1-trim-2016-Pil-debito-Co.pdf

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Le concessioni di Bruxelles

Si hanno nell'Euro-area dei Paesi con un bilancio pubblico in avanzo prima di pagare gli interessi sul debito (il cosiddetto saldo primario), e i Paesi che sono in disavanzo. Fra i primi la Germania e l'Italia, fra i secondi la Francia e la Spagna. Quando al saldo primario si aggiunge l'onere del debito (quando si ha il deficit corrente), la Germania è in risicato avanzo, l'Italia in modesto deficit, mentre la Francia e la Spagna hanno un deficit maggiore (1). Insomma, manca poco - per i quattro maggiori Paesi, per arrivare al pareggio di bilancio, sempre che ci sia una crescita - per quanto modesta, e sempre che la Banca Centrale continui a schiacciare il costo del debito.

Una volta che si abbia il pareggio di bilancio, non verrebbe più emesso debito. Il debito resta, ma non cresce. Se a quel punto cresce l'economia, allora il debito come percentuale del PIL scende, e si è ottenuto l'obiettivo del “fiscal compact”.

Se non siamo lontani dall'obiettivo, le “concessioni” all'Italia sono nell'ordine delle cose. Una maggior deficit per quest'anno – pari a meno dell'uno per cento del PIL – con un minor deficit per l'anno prossimo – come frutto dei tagli alla spesa e al maggior gettito fiscale come frutto della crescita per quando modesta – non è poi una gran “concessione”. Per i Paesi che non hanno un saldo primario positivo – come la Francia, la Spagna, e il Portogallo – un “richiamo”, invece, ci sta. La conclusione è che stiamo parlando di un “contenzioso” di modesto momento: gli italiani avranno un minor “rigore”, mentre i tedeschi vedono il rigore in attuazione.

La vicenda greca è diversa. La Grecia ha un debito pubblico che è quasi il triplo di quello tedesco – il 180% del PIL contro il 70%, ma paga gli stessi interessi della Germania – circa il due per cento, perché il suo debito è quasi tutto – 80% - nelle mani della Troica. La discussione è intorno alla scelta se cancellarlo per una parte (opzione del Fondo Monetario), oppure se allungarne la scadenza (opzione europea), in modo che non si presentino problemi ogni qual volta una parte del debito va in scadenza. La discussione va però a pari passo con quella sul bilancio. Se questo deve mostrare un saldo primario positivo cospicuo in futuro, oppure no. Se è cospicuo – il 3,5% del PIL - la Grecia andrebbe in pareggio dal momento che il debito costa il 2%, ossia quasi, essendo pari al 180% del PIL, quanto il saldo primario. Purtroppo per i conti, un surplus primario di questo tenore è molto pesante da ottenere, e la Grecia rischierebbe di mettere a repentaglio la propria crescita.

La vicenda dello scontro fra gli eurocrati di Bruxelles e gli altri vittime dell'ottusità teutonica, se vista con gli occhi del “ragioniere”, come si è tentato di fare qui, presenta pochi tratti “eroici” e molti tratti “prosaici”.

1 - http://www.imf.org/external/pubs/ft/fm/2016/01/pdf/fm1601.pdf, da pagina 75

 

Le banche italiane

Nel 2012 i debiti pubblici dei Paesi detti “malmessi” - fra cui l'Italia - erano considerati molto rischiosi, e le banche italiane avevano molti titoli del Tesoro. Esse dunque erano in uno stato di crisi potenziale, casomai il debito pubblico si fosse ulteriormente deteriorato. Ma ecco che arriva il “what ever it takes” di Mario Draghi, che ha spinto i debiti pubblici dei Paesi malmessi verso un porto sicuro. L'indice delle banche italiane cade da 16 mila a 6 mila punti quando si sospettava una crisi crisi potenziale, e risale da 6 mila a 16 mila dopo la scelta di Draghi. L'indice a 16 mila ha tenuto con oscillazioni fino alla fine del 2015 e da allora è caduto fino a 10 mila, dove si trova tuttora.

Come mai si è avuta questa flessione dalla fine dello scorso anno? Non è più la paura di una crisi del debito pubblico, che oggi paga uno spread di 150 punti invece del triplo che pagava solo qualche anno fa. E allora? La spiegazione migliore è da cercare nella crisi delle banche minori – come Etruria e le altre – che si è avuta alla fine del 2015.

I cattivi crediti di queste banche sono stati valutati 20. Ossia, il cattivo credito vale nominalmente 100 euro, i mercati pensavano che in media fossero recuperabili incassando 40 euro, perciò, quando si è visto che venivano recuperati a soli 20 euro, si sono spaventati. Un recupero pari alla metà, avrebbe messo in ulteriore difficoltà le banche che avrebbero dovuto fare più accantonamenti a fronte dei cattivi crediti. A questo fenomeno che riguarda le banche messe peggio, si è poi aggiunto il timore che quelle messe meglio sarebbero intervenute per salvarle, ciò che è avvenuto con la nascita del fondo Atlante. I cattivi crediti si cumulano dopo anni di recessione, soprattutto quando sono i debiti delle imprese piccole per lo più sotto capitalizzate. Proprio come è accaduto in Italia. Ci fosse una ripresa – la ripresa farebbe andar meglio le imprese piccole e sotto capitalizzate - una parte dei crediti sarebbe recuperata. E siamo daccapo. Il nodo da sciogliere in Italia (e non solo) è sempre lo stesso: la crescita.

 

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