Si dispongano le raccomandazioni degli analisti sul mercato statunitense (scala di sinistra) e l’andamento dello Standard & Poor’s (scala di destra). Gli analisti hanno prima aumentato l’esposizione raccomandata in azioni dal 50% al 70%. Questo è avvenuto nel periodo della borsa in ascesa, dal 1997 fino al 2000.

  

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Notare che la borsa ha iniziato a scendere ben prima del 11 settembre, poi con l’attentato è caduta, si è ripresa, ed infine è caduta moltissimo, dimezzandosi, prima di riprendere a salire dal primo trimestre del 2003. In tutto questo periodo, dal 2001 al 2003, gli analisti consigliavano una quota d’investimenti intorno al 65%. Non hanno sostanzialmente mai cambiato opinione, fino agli ultimi mesi, quanto la quota raccomandata è stata portata intorno al 60%.
 
Abbiamo quindi una forchetta di consigli su un decennio che va dal 50% al 70% e poi al 60%. Sono delle variazioni modeste rispetto alle variazioni dei prezzi. Evidentemente la volatilità ha un ruolo minore nelle valutazioni degli analisti. I quali analisti si concentrano evidentemente sulle tendenze storiche. Si consideri che i denari vengono raccolti dalle reti commerciali quando le borse salgono e sono quindi investiti con i prezzi alti, perché la gente ha “fiducia”, mentre quando le borse cadono vengono raccolti pochi denari, perché la gente ha “sfiducia”. I risultati per i clienti dell’industria finanziaria sono di conseguenza peggiori degli andamenti degli indici. La “fiducia” e la “sfiducia” della gente si basa sull’”effetto folla”, ossia sull’idea che l’opinione condivisa da molti è migliore dell’opinione con pochi seguaci.
 
Se Socrate fosse stato un risparmiatore non avrebbe bevuto la cicuta per coerenza con le proprie opinioni, ma avrebbe investito come la maggioranza degli ateniesi. Poi, visti i risultati, avrebbe insultato il proprio promotore finanziario, il quale si sarebbe scusato dicendo che gli analisti sono più ottimisti di Rossella O’Hara.