L’ultimo presidio giuridico-diplomatico che ha finora regolato la corsa alle armi atomiche sta per crollare. Il prossimo 5 febbraio scadrà infatti la validità del trattato decennale New Start per la limitazione delle armi nucleari strategiche, firmato a Praga l’8 aprile 2010 dagli allora presidenti Barak Obama per gli Usa e Dmitrij Medvedev per la Russia ed entrato in vigore il 5 febbraio dell’anno seguente, che prevedeva il limite di 1.550 testate operative (cioè d’impiego immediato, oltre a un paio di centinaia stoccate presso basi aeree, rispetto ad arsenali totali dotati rispettivamente di 5.459 e 5.177 testate per Russia e Stati Uniti, comprendenti cioè le armi tattiche e quelle ritirate dal servizio ma non smantellate) e di 800 vettori di tali armi detenibili. Il trattato, alla sua scadenza naturale nel 2021, era stato prorogato per un quinquennio ed ora è giunto inesorabile il suo termine. Per effetto di ciò, per la prima volta da oltre mezzo secolo gli arsenali nucleari di Mosca e Washington non saranno più soggetti a vincoli numerici.

Fonte: Sipri Annual Report 2025

Cosa potrebbe accadere adesso? Nel settembre scorso il presidente russo Vladimir Putin - che il 21 febbraio 2023 aveva sospeso (ma non denunciato) la partecipazione di Mosca al trattato per protesta contro il sostegno politico-militare fornito da Washington all’Ucraina - aveva proposto la proroga di un anno al fine di mantenere in vita l’ultimo dei vari accordi di controllo degli arsenali nucleari stipulati a partire dagli anni 70 dalle due maggiori potenze mondiali del settore (gli altri detentori di testate atomiche sono, in ordine decrescente di armi possedute, Cina, Francia, Gran Bretagna, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord), lasciati via via scadere senza rinnovo dall’inizio di questo secolo. L’intento del Cremlino era chiaro: evitare che l’ultimo brandello di accordo nucleare russo-americano fosse cancellato, spalancando la porta a un pericoloso “liberi tutti” in questo settore cruciale e a una conseguente probabile ripresa del riarmo atomico. Donald Trump, che nell’ottobre scorso aveva giudicato l’offerta di Putin “una buona idea”,deve ancora fornire una risposta formale a tale invito, ma in un’intervista rilasciata al New York Times il 7 gennaio scorso è sembrato propenso a lasciarla cadere con un lapidario: “Se scade, scade… Faremo soltanto un accordo migliore”. Non è comunque da escludere che entrambe le parti accettino unilateralmente, su base volontaria, una tacita prosecuzione temporanea del rispetto delle disposizioni qualitative e quantitative del trattato, in attesa di riavviare negoziati per raggiungere una nuova intesa.         

Ma esistono reali possibilità di stipulare un nuovo New Start che, se non migliore, almeno copra con una certa rapidità il vuoto normativo incombente? Il tema è di estrema importanza per diversi motivi. Innanzi tutto, si tratta d’impedire, a causa della mancanza di regole cogenti e della fine dei precedenti strumenti di verifica concordati (ispezioni sul campo, ferme dal 2020, e controlli aerei delle basi avversarie), l’accennato riavvio della corsa all’accumulo di testate atomiche e dei relativi vettori di lancio da parte di Mosca e Washington. Soprattutto sui missili, infatti, ha puntato in particolare la Russia, dai vari ipersonici (Oreshnik, Avangard, Kinzhal, Zircon) all’intermedio mobile Rubež e all’intercontinentale in postazione fissa Sarmat, cui gli Usa progettano di rispondere con l’ipersonico Dark Eagle e con 650 esemplari dell’intercontinentale Sentinel nel prossimo decennio, destinato a sostituire le ultime versioni in servizio dei 400 Minuteman (schierati dagli anni ’70) e di Peacekeaper (attivi dal 1986 al 2005), tutti collocati in postazioni fisse e armati finora di una sola testata, come previsto dal New Start. Senza scordare alcune armi russe da fantascienza in fase di perfezionamento, come il missile da crociera con motore atomico Burevestnik o il drone sottomarino gigante Poseidon, sempre con motore atomico, non coperte dal trattato perché alla sua firma erano ferme allo stato di progetto. Occorre inoltre tener conto della ripresa pressoché generalizzata della produzione di ordigni nucleari da parte degli altri paesi detentori, benché i loro arsenali complessivi (1.605 testate, secondo la Federation of American Scientists) siano ancora alquanto limitati, rappresentando soltanto il 13% del totale mondiale odierno calcolato in 12.241 armi. Nonché, fatto egualmente inquietante, della crescente propensione di diversi paesi finora privi a dotarsi di armi atomiche, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Australia alla Turchia e all’Iran.

L’altro rischio, assai probabile, è che si torni, in tempi abbastanza brevi (uno o due anni circa), in mancanza d’intese circa un’ulteriore proroga delle attuali disposizioni,  alla situazione precedente agli accordi New Start, nella quale i missili schierati dai due contraenti erano armati quasi sempre con testate multiple (foto 1) (almeno tre, ma in alcuni casi fino a 10), in grado di separarsi nella traiettoria finale del volo dal “veicolo di rientro” colpendo obiettivi diversi in modo indipendente. Com’è facile intuire, ciò renderebbe enormemente più complesso adottare efficaci sistemi di difesa antimissile (dottrina strategica su cui hanno puntato a fondo gli Usa negli ultimi decenni), rafforzando nuovamente il concetto di «equilibrio del terrore» attraverso la cosiddetta MAD (Mutual Assured Distruction).
La drastica riduzione delle testate globali disponibili, dal picco di 70.374 raggiunto nel 1986, non ha comunque arrestato la prosecuzione del fenomeno dell’over-killing, la capacità degli arsenali esistenti di distruggere più volte totalmente la Terra, cancellandone ogni forma di vita biologica: si calcola che l’esplosione simultanea di meno di un migliaio di esse sarebbe sufficiente a produrre questo risultato.

Fonte: Fas

Ciò significa che da un lato restano ampi margini per riprendere nuovi negoziati che portino a ulteriori riduzioni degli arsenali globali esistenti (quindi verso un New Start rivisto). Ed è quasi certo che, dietro le quinte, negoziati bilaterali tra Mosca e Washington siano proseguiti fino a oggi e continueranno, specie dopo che il conflitto russo-ucraino sarà ricomposto, anche nel prossimo futuro. Dall’altro lato significa che occorrerà quanto prima coinvolgere nelle trattative anche gli altri principali paesi possessori che stanno aumentando il loro arsenali. In primis la Cina.
Proprio Pechino, nonostante abbia adottato la filosofia del “no first use” (nessun utilizzo per prima) e mantenga ufficialmente le sue “capacità nucleari al livello minimo richiesto per garantire la sua sicurezza nazionale”, ha avviato da oltre un decennio il maggior programma mondiale di riarmo atomico. Secondo stime del Pentagono, essa raggiungerà la soglia fatidica delle 1.000 testate entro il 2030 e quella delle 1.500 entro il 2035. Appare quindi inevitabile che, dati questi progressi, prima o poi debba essere coinvolta in ogni trattativa che punti a realizzare una limitazione concordata del numero delle armi. Nel gennaio 2025, pochi giorni dopo il suo secondo insediamento, il presidente Trump si era detto disposto a perseguire una politica di “denuclearizzazione” con Russia e Cina per ridurre le “enormi quantità di denaro” che ogni paese investe nelle proprie forze nucleari. Ma a fine ottobre, prendendo a pretesto i progressi cinesi nel settore, ha ordinato al Pentagono l’immediata ripresa degli esperimenti atomici americani, fermi dal 1992 , accusando (ma senza fornire prove) Mosca e Pechino di essere pronti a fare lo stesso. Ipotesi, quella della ripresa degli esperimenti atomici, ovviamente nefasta, anche se fossero condotti in via sotterranea, considerato che finora sono state effettuate ben 2.086 esplosioni.

Fonte: Nuclear Threat Initiative (NTI)

La Cina, tuttavia, ha finora rifiutato ogni ipotesi di allargamento a tre della base negoziale, sostenendo che sia “irragionevole e irrealistico” chiederle di aderire a colloqui sul disarmo nucleare con paesi dotati di arsenali molto più grandi del suo, dato che, con molta facilità, ciò condurrebbe a ratificare il suo stato d’inferiorità. Nikolai Sokov, ex negoziatore prima sovietico e poi russo nelle trattive per il disarmo e oggi senior fellow del Centro di Vienna per il disarmo e la non proliferazione, ritiene una possibilità praticabile che Russia e Stati Uniti elaborino un accordo successivo al New Start che includa limiti flessibili per tenere conto dell’accumulo accelerato di testate che sta realizzando la Cina. A complicare ulteriormente le prospettive per un controllo globale degli arsenali atomici, la Russia chiede che pure le forze nucleari di Gran Bretagna e Francia, membri della NATO ma anche pilastri di una futura capacità di deterrenza europea (della quale avevamo già trattato su Mondo Economico), siano coinvolte in un futuro negoziato. Ipotesi che però tali paesi rifiutano.

Il vero problema di fondo resta il fatto che l’ormai inevitabile allargamento alla Cina del negoziato sulla limitazione degli armamenti atomici complicherà fortemente ogni trattativa, poiché da una contrapposizione “uno a uno” si passerebbe a una serie di variabili di , in cui due paesi possono coalizzarsi tra loro alterando la sostanza di ogni eventuale accordo. Ė il caso, in questa fase storica, del rapporto tra Cina e Russia, la cui attuale partnership, pur non essendo finora sfociata in un’alleanza formale vera e propria, si basa su una “amicizia senza limiti” proclamata nel 2022, che ha nell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) il suo braccio politico-militare e nei Brics quello politico-economico. Il comune interesse a contrapporsi all’Occidente e alla sua residua egemonia globale ha finora cementato un rapporto che rivela però un crescente sbilanciamento politico-economico a sfavore di Mosca, che dalla sua ha soprattutto un formidabile arsenale nucleare strategico, il quale rischierebbe però di uscire ulteriormente limitato da un trattato New Start rivisto.

Non è quindi da escludere, specie se dalla prossima pace in Ucraina uscissero rafforzate le relazioni russo-americane, che gli Stati Uniti riescano nell’obiettivo strategico di fondo (così caro al presidente Trump e a una parte del Partito repubblicano statunitense) di staccare la Russia dal progressivo scivolamento nell’orbita cinese, rendendola di nuovo aperta a una cooperazione positiva con l’Occidente o, al più, in grado di fungere da ago della bilancia nella prospettiva della contrapposizione secolare tra Washington e Pechino, preconizzata coralmente dall’establishment Usa, ponendo così le basi per una vera relazione globale tripolare. Mentre appare assai più remota l’ipotesi di una solida partnership sino-americana che emarginerebbe del tutto la Russia. Ognuna di queste variabili, com’è ovvio, finirebbe comunque per avere pesanti riflessi sugli equilibri strategici nucleari complessivi, imponendo alla potenza che restasse isolata la necessità di dotarsi di adeguate contromisure strategiche (cioè arsenali atomici ricolmi) per non finire soggiogata.

Tornando a orizzonti temporali più vicini, la scorciatoia più rapida e semplice per rialimentare la perduta fiducia reciproca tra le potenze nucleari sarebbe indurre i paesi dotati di tali armi ad adottare alcune iniziative di base per limitare il rischio dello scoppio di un conflitto atomico per errore. Ad esempio, attualmente solo la Russia e gli Stati Uniti hanno una “linea calda” di comunicazione permanente da utilizzare in caso di una crisi nucleare, mentre "nessuna capitale europea, neppure il quartier generale della Nato, può effettivamente consultare Mosca all’istante”, sostiene Nikolai Sokov. "Se le parti avviassero nel contempo anche dei negoziati sul controllo degli armamenti, sarebbe fantastico. Ma dobbiamo capire che il prossimo trattato sarà molto, molto complesso... Ci vorrà del tempo. Quindi la priorità numero uno è la riduzione del rischio e la ricostruzione della fiducia".

Il pericolo immanente di una nuova corsa al riarmo atomico a partire dal prossimo 5 febbraio sta inoltre mobilitando i sostenitori del controllo delle armi nucleari, che chiedono sforzi rinnovati per limitare una capacità di fuoco che rischia di porre fine alla civiltà umana. Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association americana, alcune settimane or sono ha dichiarato a Radio Free Europe/Radio Lussemburgo :"La realtà è che più armi nucleari non renderanno nessuno più sicuro. Gli Stati Uniti possiedono già una forza nucleare massiccia, devastante e in gran parte invulnerabile, più che sufficiente a scoraggiare un attacco atomico da parte di Cina, Russia e qualsiasi altro stato dotato di tali armi”. Un nuovo aumento della potenza di fuoco nucleare russa e statunitense, afferma Kimball, "potrebbe destabilizzare ulteriormente l'equilibrio reciproco del terrore nucleare, metterebbe a dura prova il già costoso programma di modernizzazione atomica degli Stati Uniti e spingerebbe la Cina ad accelerare il suo accumulo [di armi] nucleare in corso".

Tecnici installano veicoli di rientro su un missile balistico intercontinentale Minuteman III in una base aerea statunitense nel Montana nel 1985. (Fonte: Radio Free Europe – Radio Liberty)