Il presidente della Fed – l’equivalente della Bce per gli States – quel Jerome Powell che Trump definisce “incompetente o corrotto”, conosce molto bene l’economia statunitense, certo meglio del suo denigratore. Il 10 dicembre scorso, in occasione della conferenza stampa seguita alla terza decisione di ridurre il tasso di interesse, parlando con il suo stile antiretorico,[1] ha affermato:
"Productivity, which measures economic production for hours worked, rose in the second quarter by 3.3%, according to the latest Bureau of Labor Statistics data. (…) Most of the recent productivity growth is likely tied to automation and other changes made during the pandemic, but AI may now be starting to have its own impact".[2]
Dunque l’intelligenza artificiale irrompe sulla scena dell’andamento dell’economia, insieme all’automazione e alle riorganizzazioni compiute durante la pandemia. Un nuovo attore economico, di cui vale la pena guardare da vicino contenuti e contorni. Proviamo anche a capire se ci sono opportunità nuove per aree di storica industrializzazione come Torino e il Piemonte, tra l’altro approfittando della apertura della Cina che spalanca le porte all’uso della sua IA come scelta strategica per battere le big tech americane.
Ecco un gioco di domande e risposte. Le big tech sono in salute, con il loro apparente strapotere? Forse non tanto, se osserviamo gli accordi circolari a colpi di pacchi di miliardi che sembrano lo scambio di due calciatori da 100 milioni con uno da 200, anche se in questo caso si aggiungono almeno un paio di zero. Un esempio: recentemente Nvidia e Microsoft si sono impegnate a investire 15 miliardi di dollari in Anthropic, che produce l’IA Claude, e che a sua volta spenderà 30 miliardi di dollari sulla piattaforma cloud Azure di Microsoft in un arco di tempo non specificato, utilizzando i chip di intelligenza artificiale di Nvidia. Non molto tempo prima un’operazione simile vedeva OpenAI (ChatGPT) al centro della giostra.[3]
Altra domanda: quanto può durare il boom dell’IA, con la raccolta apparentemente illimitata di capitali dal mondo della finanza? L'economia statunitense è diventata dipendente dalla spesa per l'intelligenza artificiale, con la crescita sostenuta dagli investimenti nei data center e dall’euforia del mercato azionario. Un'inversione di tendenza potrebbe aumentare il rischio di recessione. Il debito accumulato dalle big tech per la costruzione di quei mostri di calcolo[4], pari a 120 miliardi, non compare nei relativi bilanci[5], utilizzando società terze, cosiddetti veicoli speciali finanziati da investitori di Wall Street, proprietari di quei computer monstre che le big tech affittano con impegni a lungo termine. Le preoccupazioni per chi ha messo dollari veri nell’operazione, sono facili da comprendere.
Meta, xAI di Elon Musk, Oracle e l'operatore di data center CoreWeave hanno aperto la strada a complesse operazioni finanziarie per escludere le loro aziende dai movimenti di capitale necessari per costruire i data center per l’intelligenza artificiale; secondo l'analisi del Financial Times, istituzioni finanziarie quali Pimco, BlackRock, Apollo e Blue Owl Capital, nonché banche statunitensi come JPMorgan, hanno fornito quei 120 miliardi a chi nominalmente investe in quelle strutture. Dollari veri verso crediti il cui ritorno dipende dalla capacità di pagare quegli affitti che devono garantirne la restituzione in tempi brevi data la vita utile altrettanto breve di quelle infrastrutture: sono infatti anche a rischio di obsolescenza improvvisa in quanto il progresso nelle metodologie di calcolo può mandare rapidamente fuori mercato i sistemi ora utilizzati.[6] Lo stesso vale per le cosiddette terre rare, ora fondamentali, domani forse sostituite da qualcosa di molto meno raro, come il sodio al posto del litio nelle batterie.
Pronta a vedere il bluff, dall’altra parte del mondo, sta la Cina: i modelli di intelligenza artificiali aperti – progettati e distribuiti in modo tale da ridurre al minimo le barriere di accesso e di utilizzo – sviluppati da vari gruppi cinesi, hanno registrato una quota maggiore nella diffusione globale rispetto a quelli sviluppati dai gruppi statunitensi. Lo riportano più fonti, in primo luogo il Financial Times,[7] tutte citando un non ben definito studio – eccolo invece qui in nota[8] – attribuito al Massachusetts Institute of Technology e alla startup open-source di IA denominata Hugging Face: nell’ultimo anno, il totale dei download dei nuovi modelli IA open sviluppati in Cina ha superato quella dei download attribuibili a sviluppatori statunitensi come Google, Meta e OpenAI! La Cina ha dunque sorpassato gli Stati Uniti nel mercato globale dei modelli di intelligenza artificiale open, ottenendo un vantaggio cruciale nel modo in cui questa tecnologia viene utilizzata nel mondo.
Origine dei download per provenienza

Fonte: https://www.dataprovenance.org/economies-of-open-intelligence.pdf
Con quale mobilitazione di mezzi finanziari? Sappiamo poco, ma a gennaio 2025 la baracconata di Davos, ops il World Economic Forum, terminava venerdì 24 e qualcuno si sarà anche fermato per una sciata nel fine settimana. Al lunedì i davossienses, specie[9] particolarissima che spende un mare di soldi per ascoltare banalità e farsi vedere dai propri simili, sono stati investiti – e non solo loro – da una svolta inaspettata. Era il 27 gennaio ed era passata solo una settimana dall’annuncio di Stargate, una joint venture da 500 miliardi di dollari che doveva lanciare in grande stile la corsa all’intelligenza artificiale americana; invece, dalla Cina, con sapiente regia, è arrivato il lancio di una nuova IA da parte di DeepSeek, ricerca profonda. Il loro modello avanzato DeepSeek-R1 è stato presentato come competitivo rispetto alle offerte dei concorrenti leader tecnologici e con costi del tutto inferiori, per diversi ordini di grandezza: un risultato ottenuto in pochi mesi, con 200 persone e solo 10 milioni di investimento. Milioni, non miliardi.
I modelli open – che possono essere scaricati gratuitamente, modificati e integrati dagli sviluppatori – facilitano la creazione di prodotti da parte delle startup e consentono ai ricercatori di migliorarli. La spinta della Cina verso il rilascio di modelli open contrasta nettamente con l’approccio “chiuso” adottato dalla maggior parte delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, come OpenAI, Google e Anthropic. Era questo l’aspetto cui si faceva riferimento accennando a Torino e al Piemonte. Qui sappiamo ancora produrre macchinari, con la prospettiva dei macchinari che producono macchinari. Negli anni ’90 c’è stato il prorompere dell’elettronica e dell’informatica nelle officine, ora è il momento dell’intelligenza artificiale, in particolare proprio quella open. La Cina opera così proprio in contrapposizione al modello USA: studiamo quella scelta e approfittiamone.
Un recente articolo di Mariarosaria Taddeo[10] distingue con grande chiarezza tra innovazione e adozione, per ora molto limitata e con pochi casi di vero successo, dell’IA. L’Europa può avere la capacità di essere un campione nell’applicazione innovativa. Per quel che ci riguarda più da vicino, non trascuriamo l’importanza della presenza, proprio a Torino, dell’Italian Institute of Artificial Intelligence for Industry,[11] che ha visione nazionale, competenze dal e nel mondo e radici torinesi.
Su tutto incombe l’enorme incognita dei debiti dell’IA americana e del vorticoso giro dei miliardi delle big tech con il rischio che il bambino della fiaba[12] gridi che il re è nudo e tutti siano obbligati a smettere di far finta di non vedere.
Mentre scrivo è in corso a Davos il World Economic Forum 2026. Lo scorso anno Trump partecipò in video conferenza, bullizzando chi aveva osato sostenere Harris; ora è presente di persona, imperatore con la sua corte e con una moltitudine di cortigiani plaudenti, molti avvinghiati all’intelligenza artificiale: uno spettacolo ridicolo. Qualche voce che dissente c’è: quella di Ursula von der Leyen, che ha lasciato Davos e ha chiarito che non tornerà; quella di Macron; quella della presidente della BCE, che ha abbandonato la cena di gala dove straparlava Howard Lutnick, Segretario del commercio degli Stati Uniti; quella del premier canadese Carney. A Davos osserviamo un sistema che si prende terribilmente sul serio, con un linguaggio iper-razionale e scenari presentati come certi e inevitabili, ma la realtà è complessa e per un sistema complesso le troppe certezze sono un segnale di fragilità, non di forza. A mostrarlo è stato l’intervento di Trump, che ha confuso Islanda e Groenlandia, ha citato dati e circostanze sbagliati e, straparlando per 72 minuti, si è anche rivolto alle borse, che sono risalite. Forse quello è l’aspetto che interessa anche il suo business personale, dato che con le sue parole le fa scendere e salire a piace.
A questo punto, come dimenticare «una risata vi seppellirà», la profezia attribuita a Bakunin?[13]
Apriamo la nostra preziosa boîte à musique, ringraziando chi – con musica e verità nella mente – ne prepara il carillon. Se è vero che una risata seppellirà i (pre)potenti, magari la distrazione salverà quelli che potenti non sono. E allora andiamo di distrazione, anche perché, se la distrazione è musicale, cambia la prospettiva. Distrazione è il canto di chi, trovandosi solo di notte, intona qualcosa per darsi coraggio. È quello delle piantagioni dove si cantava mentre si lavorava per sopportare meglio la fatica. E ancora quello di Orfeo, che, pur senza riuscire a vincerla definitivamente, distrae la morte. Capita anche di essere distratti mentre si ascolta musica. Questa diventa un sottofondo, elevator music come sugli ascensori dei grattacieli. Per distrarci bene, riprendiamo questo rapporto con la musica. Stacchiamo il cellulare, o almeno stacchiamo gli occhi dallo schermo. E dedichiamoci a una canzone, una di Joni Mitchell, Amelia. Dedicata ad Amelia Earhart, pioniera dell’aviazione di inizio Novecento, la canzone ne fa una metafora della ricerca della libertà e della conseguente, inevitabile, solitudine. Il ricordo della Earhart si interseca con un viaggio che la stessa Mitchell compie nel deserto. Più volte ripete “it was just a false alarm”.
Falsi allarmi che sentiamo ogni giorno. Distraiamoci e pensiamo a salvarci.[14]
[1] https://www.youtube.com/watch?v=Ko-_yb2UkDk per il video e https://www.investopedia.com/how-ai-could-reshape-the-economy-and-the-job-market-here-is-fed-chair-powell-perspective-11869781 per un commento.
[2] Secondo gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics, la produttività, che misura la produzione per ora lavorata, è aumentata del 3,3% nel secondo trimestre. (...) Gran parte della recente crescita della produttività è probabilmente legata all'automazione e ad altri cambiamenti avvenuti durante la pandemia, ma ora l'intelligenza artificiale potrebbe iniziare ad avere un effetto proprio.
[3] Economist, 19 Novembre 2025, Cracks are appearing in OpenAI’s dominant façade, https://www.economist.com/business/2025/11/19/cracks-are-appearing-in-openais-dominant-facade
[4] È solo un montaggio fotografico, ma l’immagine del datacenter di Meta sovrapposta all’isola di Manhattan fa impressione: https://www.macitynet.it/wp-content/uploads/2025/07/meta-hyperion-data-center-ai-1.png
[5] Analisi del Financial Times del 29 dicembre scorso: AI groups’ data centre debt deals raise concerns (I contratti di finanziamento dei data center dei gruppi di IA destano preoccupazione). Un espediente consentito per leggere un singolo articolo del FT: immettere in Google il titolo e seguire il link (temporaneo) che compare; si approfitta così di una certa tolleranza; se si fa ripetutamente, i nuovi link non sono più operativi.
[6] Un esempio dall’Economist del 22 ottobre scorso: China’s chipmakers are cleverly innovating around America’s limits, https://www.economist.com/science-and-technology/2025/10/22/chinas-chipmakers-are-cleverly-innovating-around-americas-limits
[7] Financial Times, 26.11.25, China leapfrogs US in global market for ‘open’ AI models - Beijing-backed technology gains ground as American giants hold fast to “closed” AI strategies (La Cina supera gli Stati Uniti nel mercato globale dei modelli di IA “aperti”: la tecnologia sostenuta da Pechino guadagna terreno mentre i giganti americani restano fedeli alle strategie di IA “chiuse).
[8] Citatissimo, ma senza riportare un riferimento. Eccolo: https://www.dataprovenance.org/economies-of-open-intelligence.pdf
Come si legge a quell’indirizzo, si tratta di un pre-print scientifico con nove autori; con affiliazione MIT, uno; con affiliazione Hugging Face, quattro.
[9] Davossienses — scheda tassonomica sintetica
Regnum: Homo (con forte componente simbolico-finanziaria)
Phylum: Globalis discursivus
Classis: Elite itinerans
Ordo: Forumalia annualia
Familia: Stakeholderidae
Genus: Davos
Species: Davossienses (pl.)
Habitat - Ambiente alpino iper-protetto, quota elevata, clima freddo all’esterno e temperato all’interno. Forte densità di spazi rituali chiusi (sale conferenze, lounge, aree media). Accesso selettivo.
NB, spiritosaggine prodotta da ChatGPT 5.2.
[10] Docente di Digital Ethics and Defence Technology a Oxford e Defence Science and Technology Fellow all’Alan Turing Institute - Corriere della Sera del 22 dicembre scorso, L’Ue è arrivata in ritardo sull’intelligenza artificiale. Ma può vincere la sfida dell’adozione, https://www.corriere.it/economia/opinioni/25_dicembre_22/l-ue-e-arrivata-in-ritardo-sull-intelligenza-artificiale-ma-puo-vincere-la-sfida-dell-adozione-ce8b3566-c688-4670-bd59-b18a322f4xlk.shtml?refresh_ce
[11] https://ai4i.it
[12] Andersen, I vestiti nuovi dell'imperatore : https://it.wikipedia.org/wiki/I_vestiti_nuovi_dell%27imperatore
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/Michail_Bakunin
[14] https://youtu.be/iixd7iflHhY?si=Z9JqQbp-wXYXVk3Y
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