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Industria e sviluppo a Torino: siamo davanti a un bivio
Le aree di antica industrializzazione Il Manifesto sulla reindustrializzazione della Toscana, pubblicato lo scorso settembre, ha attivato un dibattito al di fuori dei suoi confini originari che coinvolge altre regioni e l'intero contesto nazionale, e conferma una ripresa dell'interesse verso le problematiche della politica industriale, come si può notare anche nella recente pubblicazione Made in Italy 2030 del MIMIT. Sono soprattutto le aree di più antica industrializzazione, come il Nord-Ovest e il Piemonte in particolare, quelle che devono affrontare la sfida sulle opportunità di modificare un sistema economico che da molti anni ha perso la spinta propulsiva della manifattura. Il caso Torino Torino è un caso emblematico. Anche se nell'opinione pubblica prevale il riferimento ai grandi eventi sportivi o al patrimonio storico culturale, Torino è ancora una città industriale, dove la manifattura è il motore dello sviluppo, che crea valore aggiunto distribuito sul territorio. I dati statistici confermano che la provincia di Torino è più industrializzata rispetto al resto dell'Italia. Purtroppo, però, il film della statistica è impietoso sul declino degli ultimi decenni e sulle prospettive future, in quanto tra il 1991 e il 2021 l'occupazione industriale cala del 40%, soprattutto nei punti di forza del passato: nel settore automotive (che con le "economie distrettuali" attraeva anche imprese estere) e nelle imprese di grandi dimensioni (efficienti grazie alle economie di scala). Che fare? Oggi Torino è in forte crisi perché i punti di forza sono diventati evidenti punti di debolezza, e ci si interroga sul "che fare?": usare le scarse risorse disponibili per supportare le attività in declino strutturale, oppure dedicarsi ai piccoli germogli delle nuove attività post-industriali? usare un approccio statalista (top-down) che sceglie dove investire oppure lasciar decidere all'efficienza allocativa delle forze di mercato? In sostanza, abbracciare la ‘distruzione creatrice’ alla Schumpeter, come propone il Manifesto o adottare un approccio più difensivo? Le risposte non sono semplici, e per affrontare un tema così complesso occorrono soluzioni data-driven, che consentano ai policy maker di intervenire con consapevolezza e per tempo. La sfida della reindustrializzazione Agli occhi dell'economista industriale si rilevano tre processi evolutivi dell'economia torinese, che convivono: li abbiamo esemplificati nella figura qui sotto. Il primo è la deindustrializzazione, e cioè la mancata riconversione delle attività tradizionali che subiscono la globalizzazione e il cambiamento tecnologico. Della distruzione creatrice, si afferma solo il primo termine, con declino economico, aumento delle disuguaglianze, sfiducia nelle istituzioni, e i partiti anti-sistema che trovano consenso nella fragilità del tessuto sociale. Il secondo è la terziarizzazione dell'economia, che sposta attività dal manifatturiero ai servizi. La combinazione di deindustrializzazione e terziarizzazione, a sé stanti, possono condurre alla diffusione del terziario povero e della rendita: è un fenomeno che si osserva in Toscana. Ma esiste una terziarizzazione virtuosa, quando si continua a lavorare per l'industria, pur essendo collocati in un'impresa di servizi, che garantisce maggiore efficienza all'apparato industriale e ne riduce i costi fissi. Questa terziarizzazione è favorita anche dal maggior contenuto di servizi presenti nel prodotto industriale, come nel caso dei servizi di assistenza (pre- e post-vendita), di marketing, di finanziarizzazione, di noleggio, nonché dalla maggiore domanda di consumo di servizi - le attività ricreative, di comunicazione, trasporti, assistenza, cura della persona - rispetto alla richiesta di prodotti manufatti. Il terzo processo è un elemento di speranza, con la nuova manifattura ad alta tecnologia che si sostituisce alla vecchia industria tradizionale. Ne confermano l'esistenza le statistiche sull'uso delle tecnologie di Industria 4.0, sulle start-up, sui brevetti, sull’occupazione nei centri di ricerca, e anche l'evoluzione del mercato del lavoro, con la richiesta di mansioni più complesse e di tecnici qualificati. La nuova manifattura si integra con la terziarizzazione virtuosa in una combinazione ‘post-industriale’. L'intervento pubblico e le forze di mercato L’operatore pubblico deve tenere conto di questa evoluzione eterogenea per far emergere un nuovo modello industriale. Nei confronti della deindustrializzazione, la politica industriale cerca di favorire il riuso delle competenze in precedenza allocate nei settori tradizionali, per tentare una diversificazione correlata in settori adiacenti, come si sta tentando con i comparti dell’aerospazio e dell’energia. Per sostenere una terziarizzazione virtuosa, la “spinta gentile” accompagna il territorio nel processo naturale che fa evolvere Torino ancor di più verso l’economia dei servizi, con l’intervento pubblico che può facilitare la crescita del terziario di qualità, con alto valore aggiunto, intensità di conoscenza, alti salari. Stesso impegno pubblico è necessario per facilitare la metamorfosi, che crea la manifattura post-industriale, ad alto contenuto di conoscenza e valore aggiunto. È un processo in corso, ma su una scala dimensionale non ancora adeguata, in quanto limitata per ora ai comparti delle industrie culturali e creative, delle biotecnologie, del software, e poco altro. Con una terminologia economica, si potrebbe affermare che la politica industriale dovrebbe favorire la traslazione verso l’alto della funzione di produzione torinese: non si tratta di perseguire una reindustrializzazione tout-court, quanto invece di favorire una reindustrializzazione in settori profondamente modificati dall’uso massiccio delle nuove tecnologie digitali. Una strategia, quindi, di produzioni “post-industriali”, che integrano manifattura e servizi ad alto valore aggiunto, e che può superare le precedenti politiche pubbliche: i centri servizio alle imprese, i parchi scientifici e tecnologici e gli incubatori di start-up non hanno dato brillanti risultati, probabilmente per la carenza dei fattori produttivi abilitanti in cui hanno operato queste infrastrutture, che sono essenzialmente il capitale umano e la finanza per l’impresa. Fattori abilitanti Puntare sul capitale umano e sulla finanza che investe nelle nuove realtà post-industriali darebbe qualche speranza in più all’avvio di una robusta metamorfosi. In questo contesto, è probabile che la strategia per una nuova manifattura post-industriale debba essere legata non tanto all’intensità del sussidio pubblico o alla creazione di infrastrutture per l’attrazione di imprese, quanto invece alla presenza di quei fattori produttivi utili a rigenerare il sistema manifatturiero in ambito post-industriale. In sostanza, anziché promuovere una politica per settori, con l’ente pubblico che sceglie quali sono le produzioni su cui investire, oppure una politica di generale attrattività del business, che dia incentivi monetari o sotto forma di servizi/beni pubblici alle imprese, purché investano in Piemonte, è forse preferibile ritornare alla classica politica per fattori, innovata però dalle esigenze dell’economia post-industriale: un intervento pubblico che supporti la creazione dei nuovi fattori produttivi utili al mercato, che sfrutti l’efficienza allocativa del mercato, con gli investimenti privati che allocano le risorse finanziarie laddove sono presenti i nuovi fattori produttivi creati dalla politica pubblica. Un nuovo patto pubblico-privato, in cui il pubblico non sovvenziona più la singola intrapresa ma bensì migliora i fattori produttivi che facilitano l’intrapresa stessa. Mentre il mercato ha la forza di individuare le migliori opportunità di utilizzo dei fattori produttivi presenti sul territorio, il pubblico deve “semplicemente” rendere disponibili tali fattori sul territorio. Quali sono quindi i fattori produttivi su cui puntare nell’economia post-industriale del Piemonte? Sicuramente accrescere il capitale umano e il capitale finanziario disponibile ad investire nelle nuove realtà industriali garantirebbe efficacia alle politiche industriali che attivano lo sviluppo sostenibile del territorio. Profili STEM e finanza per l'impresa Nel caso del capitale umano, la policy risponde al fabbisogno formativo dell’impresa post-industriale: se quest’ultima è caratterizzata da una componente manifatturiera high-tech, che si integra con una componente di servizi ad alto valore aggiunto, è molto probabile che una specializzazione torinese sul capitale umano “STEM” possa diventare un robusto vantaggio competitivo della città, da far valere sul mercato nazionale e internazionale. Torino guadagnerebbe competitività in ambito nazionale, grazie ai numerosi studenti STEM del Politecnico e dell’Università, e in ambito internazionale, grazie alla moderazione salariale che hanno gli occupati (anche con profilo STEM). Partire dal capitale umano è probabilmente la strada più facilmente percorribile per fornire resilienza ai cambiamenti della tripla transizione in atto (ambientale, digitale e demografica) e per anticipare le nuove forme di sviluppo post-industriale, anche se non è una soluzione sufficiente senza un adeguato rinnovo dell’altro fattore produttivo storicamente carente sul territorio, e cioè il capitale finanziario da investire nell’economia reale. In questo caso, l’intervento della politica regionale ha probabilmente un impatto più limitato, stante le variabili esogene al territorio che determinano la scarsa presenza di business angel, di seed capitalist, di venture capitalist e, più in generale, della cosiddetta "finanza paziente". Anche se l’intervento dovrebbe essere condotto a livello nazionale, se non europeo, una policy comunque efficace nel breve termine potrebbe essere quella che riduce le asimmetrie informative che non consentono al capitale locale di investire in start-up ad alto potenziale di crescita, diffondendo informazioni per far incontrare l’offerta di capitale di rischio con la domanda delle start-up. In aggiunta, occorre creare nuovi strumenti di condivisione del rischio (con strumenti di equity crowdfunding) e di smobilizzo dei nuovi asset finanziari per garantirne un minimo grado di liquidità, pur all’interno di una diffusa educazione finanziaria che educhi alla diversificazione degli investimenti. Infine, nulla vieta che in assenza di capitali locali, non si possa pubblicizzare a livello internazionale le start-up create nei vari incubatori universitari, in attesa che si modifichi la predisposizione al rischio del capitale locale. Il lettore avrà notato che abbiamo parlato di Piemonte e Torino, ma ragionamenti simili valgono anche per l’Italia (e l’Europa). *** Queste problematiche saranno al centro del dibattito che si terrà venerdì 26 febbraio ore 18:00 alla Fondazione Collegio Carlo Alberto di Torino in occasione della presentazione dell’eBook dell’Istituto Universitario Europeo, “La sfida della reindustrializzazione: dalla Toscana, all’Italia e all’Europa”, a cura di Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto.







