Se ci si chiede chi ha perso le elezioni del 24-25 febbraio, la risposta ovvia e immediata è: il Pd. Non è l’unico sconfitto, tuttavia. Ce ne sono diversi altri, e una ricognizione nel campo dei perdenti è illuminante.

1. Cominciamo da Lega Nord e Udc (ridotte rispettivamente al 4,08 e 1,78 dei consensi). Questi due soggetti, pur differenti in termini di dimensioni, peso politico e radicamento territoriale, sono tuttavia accomunati al Pd da una caratteristica: tutti e tre sono ancora – o aspiravano a essere – Partiti nella declinazione “storica” del termine, con tutto il corredo di presenze territoriali organizzate, segretari e direzioni comunali, provinciali, regionali e nazionali, iscritti, tesseramenti, congressi, programmi, e via discorrendo.

 

In quanto partiti, sono strutture relativamente chiuse, che si aprono all’esterno e al “proselitismo” solo nella fase del tesseramento, generalmente controllato e non particolarmente incentivato (la degenerazione del sistema, infatti, è quella dei “padroni delle tessere”). Prevedono, inoltre, un meccanismo di delega interna degli iscritti agli organi dirigenti sulla base di un mandato e di un programma politico, e verifiche periodiche di questo programma, e del mandato che ne consegue, realizzate attraverso i congressi, in cui si definisce la nuova linea e si scelgono i nuovi organi dirigenti. Con un meccanismo tutto sommato simile a quello delle consultazioni elettorali nelle democrazie rappresentative, dove non a caso non è previsto né il mandato imperativo né la consultazione degli elettori al momento di compiere scelte rilevanti, bensì appunto un mandato agli eletti perché decidano.

Per stare ai tre perdenti, il modello organizzativo era stato corretto dal Pd mediante il meccanismo delle primarie per l’elezione del segretario, largamente condizionate tuttavia dall’azione organizzata delle burocrazie e cordate interne ed esterne (tipicamente i sindacati e in particolare la Cgil); parzialmente applicato dalla Lega, in cui la leadership carismatica di Umberto Bossi ha pesato sempre e che non ha mai sciolto del tutto il dualismo partito/movimento (la Lega tuttavia aveva tentato di organizzare le proprie organizzazioni collaterali, compreso un sindacato e a un certo punto una banca); quanto all’Udc, il suo collegamento a notabilati locali soprattutto nel Sud e le dimensioni ridotte hanno fatto sì che una specifica riflessione sul modello organizzativo non si ponesse neppure.

Vale la pena aggiungere che lo strumento di comunicazione classico dei partiti nella forma novecentesca è la carta stampata – sia essa volantino, manifesto, giornale o libro. Dove i primi due strumenti sono quelli dei “militanti” e gli altri due quelli dei leader e degli intellettuali o commentatori amici, e tutt’insieme vengono utilizzati per un’attività che è diversa dalla “campagna” elettorale potenzialmente rivolta a tutto l’elettorato (il campagneering delle elezioni americane) e meglio si definirebbe con la vecchia espressione “propaganda” (infatti i partiti storicamente avevano il responsabile della propaganda, e non il manager della campagna); e questa si rivolge primariamente a quelli identificati a priori come “i propri” (volta a volta, i lavoratori, i produttori, i padani, i cattolici, eccetera). Inoltre, il partito classico è “tuttologo”, nel senso che il partito medesimo è il luogo in cui le competenze tecniche specialistiche (urbanistiche, economiche, giuridiche, sanitarie, eccetera) necessarie al governo si depositano e vengono “restituite” sotto forma di programmi politici.

2. A differenza dei perdenti, i due vincitori delle elezioni politiche – il Pdl e il Movimento 5 stelle – non sono e non hanno mai voluto essere partiti. Al di là del nome, infatti, il Pdl è organizzato intorno alla leadership di Silvio Berlusconi, da cui almeno finora dipende e non può prescindere, si rivolge potenzialmente a tutto l’elettorato (con la sola esclusione dei “comunisti”, ben accetti tuttavia se convertiti) e ha costruito il suo consenso ancora in queste elezioni attraverso un uso sapiente di un medium ormai non più nuovo, come sono le televisioni generaliste. Il Pdl, peraltro, si propone anch’esso come “tuttologo”, pur accentuando – a cominciare dalla figura stessa del leader-imprenditore Silvio Berlusconi – l’importanza del “saper fare”, nel senso quantomeno dell’aver dato prova della capacità di successo economico come verifica della credibilità in ruoli di governo.

Il M5S, a sua volta – e per quanto se ne può dire in una fase che è ancora chiaramente “nascente” – è guidato da meccanismo decisionali riassumibili in apparenza nel concetto di democrazia diretta (“ognuno vale uno, ma chi non partecipa vale zero”), non mediata, che a sua volta si traduce nell’idea di mandato imperativo per gli eletti e obbligo di consultazione della base su qualunque scelta rilevante gli eletti stessi siano chiamati a compiere. Coerentemente, molto peso viene dato alle competenze tecniche possedute, sicché pare di capire che gli eletti/portavoce si occuperebbero ciascuno di ciò che sul piano tecnico per storia e inclinazioni personali conoscono, al livello in cui lo conoscono. Il modello è: un magistrato a occuparsi di giustizia, un ingegnere di lavori pubblici, eccetera – ma se non c’è un magistrato allora va bene anche un cancelliere, e se non c’è un ingegnere ci metteremo un geometra. Lo hanno detto tutti ma tanto vale ripeterlo – lo strumento di aggregazione del consenso per il M5S non è la stata la carta stampata e nemmeno le tv generaliste, bensì le diverse piattaforme di comunicazione rese disponibili da Internet – accompagnate in campagna elettorale dal più antico dei generi, il comizio del leader, a cui invece i partiti tradizionali si sono largamente sottratti.

3. Quest’analisi non ha solo fini di classificazione. Se è valida, infatti, dice qualcosa non solo sul passato – come sono nati e cresciuti questi soggetti politici – ma anche sui futuri possibili. Una delle conseguenze più rilevanti è che l’alleanza, o eventualmente lo scontro, fra Pd e M5S si gioca su qualcosa di più e di diverso dalla semplice convergenza su un programma limitato o ampio, di 8 o di 88 punti. È piuttosto una lotta per la sopravvivenza fra specie differenti, in cui la vittoria dell’uno implica la sparizione dell’altro, e anche la collaborazione potrebbe rivelarsi distruttiva per uno o per entrambi. Il Pd, insomma, costretto a misurarsi con il M5S, vede a rischio – correttamente – la propria stessa esistenza: sicché se il tentativo di collaborazione fallisse verrebbe sostituito dalla contrapposizione più aspra.

Il Pdl invece sembra – e probabilmente è – meno preoccupato dal successo del M5S. Nonostante la violenza delle critiche a Berlusconi provenienti da quel mondo, infatti, senza dubbio il Pdl sarebbe più attrezzato – o meno disattrezzato – del Pd nella sua forma attuale a giocarsi una sfida contro Beppe Grillo e i suoi. Che poi questa possa assumere nella morsa della crisi un carattere devastante di conflitto fra gli have e gli have not (gli integrati e gli apocalittici, per citare Umberto Eco; i possidenti e i diseredati, per usare parole ottocentesche) è un rischio concreto, che probabilmente entrambe le parti accettano – e che, per inciso, se le cose economiche continuano ad andar male dovrebbe razionalmente far preferire a Berlusconi nuove elezioni in tempi ravvicinati e a Grillo cadenze un po’ più lente, sul presupposto che il numero degli have not nel frattempo continui a crescere.

Il tema posto da Matteo Renzi all’interno del Pd – non a caso più chiaro nel dopo elezioni rispetto al prima – era non solo – e forse non tanto – quello del “che cosa fare”, ma prima e forse soprattutto del “che cosa essere”: dove è evidente che al di là della schematizzazione del ragionamento condotto fin qui vi sono pur modi – e sono stati concretamente sperimentati in altre società politiche democratiche – di aprire un partito a forme di partecipazione e di consultazione più ampie della cittadinanza, a maggior circolazione di persone fra interno ed  esterno, a un professionismo politico che non si formi e si fondi esclusivamente su carriere burocratiche interne.

Il tentativo in extremis del sindaco di Firenze è fallito, con il risultato che il Pd si ritrova “accerchiato” da soggetti politici con i quali gli è difficile sia collaborare sia competere. E con il rischio, per di più, che al dunque il partito si spacchi quale che sia l’alleato/avversario scelto.

4. Ciò che le elezioni hanno conclusivamente dimostrato è una sorta di “cecità” delle classi dirigenti italiane rispetto al paese nel quale vivono. E questo si ricava da uno sguardo ai perdenti “non-politici”. A cominciare, sia detto con tutto il rispetto, dalla Chiesa cattolica, che ha promosso e sostenuto attivamente l’operazione Monti, al cui elenco di fallimenti si aggiunge, dal punto di vista della Chiesa, il fatto che per la prima volta nella storia della Repubblica non esiste in Italia un partito dichiaratamente cattolico. Ed è assai dubbio che fosse questo il risultato a cui miravano il Segretario di Stato cardinal Bertone e il presidente della Cei cardinal Bagnasco, sponsor dell’operazione montiana.

Nella stessa categoria si può mettere la Cgil di Susanna Camusso, che è riuscita a bloccare il Pd su una posizione – vogliamo chiamarla in mancanza di meglio vetero-laburista? – che si è dimostrata del tutto insufficiente rispetto alla richiesta di riduzione dei costi della politica, comprensibilmente avvertita come prioritaria da larghe fasce di elettorato, provato dalla crisi e dalla crescita dell’imposizione fiscale, ma anche, ed è forse più grave, indigeribile per le classi di età giovani. E sempre a questa categoria appartiene quel pezzo di mondo industriale/confindustriale raccolto intorno a Luca Cordero di Montezemolo, che ha creduto di potersi assumere la rappresentanza del ceto imprenditoriale, senza accorgersi dell’abisso che c’è fra le poche grandi imprese e lo stressato universo delle piccole e piccolissime.

Senza dimenticare il sistema dei media, che non ha saputo leggere segnali più che evidenti, a cominciare dal voto alle amministrative della primavera scorsa e dai sondaggi pubblicati durante la campagna elettorale – univocamente interpretati a sostegno di visioni di comodo, apparentemente senza nemmeno quel tanto di capacità tecnica di analisi che pure si darebbe per scontata.

5. È questo cocktail velenoso di incomprensioni, frustrazioni, fallimenti che rende oggi difficile ricomporre una prospettiva di governo. L’attuale gruppo dirigente del Pd per ora si mostra compatto attorno al segretario e al suo tentativo di accordo con il M5S, ma questa compattezza è fondata per parecchi di loro sulla convinzione che il tentativo fallirà. In pratica, sia l’alleanza con il M5S sia quella teoricamente possibile con il Pdl spaccherebbero, a destra o a sinistra, il partito. Il Pdl a sua volta è fuorigioco, o per meglio dire in gioco soltanto per difendere Berlusconi dai magistrati, e sosterrebbe un’ipotesi di grande coalizione solo in cambio di garanzie per l’ex premier. Ma con l’aria che tira in Italia, chi o che cosa può garantire qualcuno?

L’idea poi che Bersani vada a cercarsi i voti in parlamento contando sulla spaccatura fin dal primo giorno degli eletti 5 Stelle ha del surreale per l’azzardo su cui è fondata, e non verrebbe accettata da Napolitano. Beppe Grillo, da parte sua, venderà cara la pelle, e c’è da prepararsi a una sequela se non di scelte forti, certo di gesti simbolici – che all'occorrenza saranno sberleffi.

Per arrischiate che siano, le elezioni a breve appaiono ancora come la soluzione migliore. A due condizioni: che ci si arrivi in maniera consensuale, ossia che le elezioni non siano l’effetto di qualche ulteriore frattura o sconquasso istituzionale; e che si svolgano, sia pur senza cambiare la legge elettorale (operazione per la quale oggi non ci sarebbe né il tempo né l’agibilità politica), con un’offerta politica rinnovata sia a destra che a sinistra: come fugacemente era sembrato possibile nell’autunno del 2012 e come poi non è avvenuto, con le conseguenze che abbiamo visto.