La crisi economica sembra essere stata l'elemento scatenante della rivolta iniziata il 28 dicembre in Iran. Nella Repubblica islamica l’inflazione ha superato infatti il 40 percento e, nel caso delle derrate alimentari, ha toccato il 72 percento annuo (calcolato dal 21 dicembre 2024 al 21 dicembre 2025). La crisi è dovuta alla pessima gestione della cosa pubblica, alla corruzione e alle sanzioni internazionali che limitano le esportazioni di greggio a soli 1,77 milioni di barili al giorno, di cui l’80 percento viene acquistato dalla Cina. Per far fronte alle evidenti difficoltà economiche della popolazione, le autorità della Repubblica islamica hanno promesso di aumentare sia gli stipendi dei dipendenti pubblici (dal 20 al 40 percento) sia i sussidi in contanti alle famiglie a basso reddito. Si tratta di misure che dovrebbero entrare in vigore nell’anno persiano 1405, che inizia il prossimo 21 marzo.

Misure che il governo del presidente Masoud Pezeshkian aveva già presentato al Parlamento il 23 dicembre 2025, e quindi cinque giorni prima che i negozianti del bazar di Teheran chiudessero le serrande in segno di dissenso. In ogni caso, aumentare i sussidi non farà che incrementare l’inflazione. Le riforme previste dal governo Pezeshkian, in carica da un anno e mezzo, non includono soltanto l’elargizione di sussidi, peraltro irrisori, ma anche un aumento degli introiti fiscali dell’80 percento: coloro che guadagnano l’equivalente di oltre 277 dollari non pagano la tassa sul reddito, mentre coloro che hanno entrate superiori a 927 dollari mensili versano allo Stato il 30 percento. La novità del budget del prossimo anno persiano (in vigore dal 21 marzo 2026) è l’incremento dell’IVA, che passerà dal 10 al 12 percento: una misura significativa perché tasserà i consumatori al momento del consumo, il che significa che i cittadini pagheranno meno tasse se consumeranno meno. Da notare inoltre che l'IVA non si applica ai prodotti alimentari di base (riso, latte, farina, ecc) e viene aggiunta solo a quelli considerati prodotti di lusso.

Andamento di PIL e inflazione in Iran. Fonte: IMF, Statista

Rispetto alle manifestazioni del settembre 2022 e dei mesi successivi, innescate dalla morte della ventiduenne Mahsa Amini, caratterizzate dallo slogan Donna Vita Libertà, queste proteste hanno dunque motivazioni diverse. È però assai verosimile che, più o meno dal tredicesimo giorno dal loro inizio, vi siano state infiltrazioni del Mossad e della Cia tra i dimostranti, con individui che hanno sparato sia contro i dimostranti sia contro i poliziotti, utilizzando mezzi simili a quelli dell’Isis. A sostegno di questa tesi vi sono le dichiarazioni di Mike Pompeo, ex capo della Cia, e di un ministro del governo israeliano: hanno scritto sui social che gli uomini del Mossad camminavano fianco a fianco ai dimostranti per le strade di Teheran. L’obiettivo di Israele sembra essere smembrare l’Iran, frammentando e indebolendo un paese grande cinque volte e mezza l’Italia con 92 milioni di abitanti. Israele è il Paese per gli ebrei ed è, in questo, un unicum nel Medio Oriente dove etnie diverse convivono. Frammentare l’Iran in piccoli Stati nazione darebbe alla leadership di Israele una giustificazione per non tollerare la diversità al suo interno. 
Detto questo, in un contesto di grave crisi economica, è percepito come un’assurdità il fatto che in questi decenni la leadership iraniana abbia elargito parecchi denari al regime di Assad in Siria e, ancora adesso, agli Hezbollah libanesi. Gli iraniani ritengono intollerabile che quei soldi siano stati convogliati all’estero, e non siano stati utilizzati in patria per finanziare progetti di sviluppo. Inoltre, la caduta del regime di Assad ha reso vani gli investimenti iraniani in Siria, mandati letteralmente in fumo.

Dal punto di vista politico la Repubblica islamica ha perso legittimità, non essendosi mostrata in grado di garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini e non rispettandone i diritti, così come di assicurare la sicurezza dei suoi confini in occasione dell’aggressione israeliana di giugno, nella cosiddetta guerra dei 12 giorni.
La spietata repressione della recente protesta potrebbe aver creato una frattura non più sanabile con la popolazione: le stime sul numero di morti e arresti variano notevolmente a causa di blackout internet, restrizioni informative e divergenze tra fonti ufficiali, gruppi per i diritti umani e media indipendenti, ma il  totale complessivo potrebbe superare i 30.000 morti e circa 40.000 arresti.
Quale futuro si prospetta? La Repubblica islamica ha dimostrato di non essere riformabile. Tutti coloro che ci hanno provato in passato sono stati messi a tacere: sono finiti in carcere, oppure hanno scelto la via dell’esilio. L’ex presidente riformatore Khatami è stato messo da parte e rimosso dalla scena politica, i leader del movimento verde del 2009 Mussavi – Karrubi – Rahnavard sono finiti agli arresti domiciliari, gli hojatolleslam Kadivar e Youssefi Eshkevari sono stati dapprima in carcere e poi hanno scelto la via dell’esilio. La leadership religiosa non ha permesso un cambio generazionale e, prima o poi, finirà nella tomba. Nel frattempo, ad affermarsi in politica sono stati i pasdaran. A titolo di esempio, il comandante Ghalibaf è a capo del parlamento.

Il cambio Rial - Dollaro nel 2025; Fonte: Institute for the Study of War, Critical Threats

Rispetto al passato il peso delle correnti d'opposizione progressiste è minore, mentre sono maggiormente presenti slogan monarchici e contrari al sostegno di Teheran all'asse della resistenza. In merito agli slogan monarchici, il quotidiano israeliano di sinistra Haaretz (in contrasto con il governo del premier Netanyahu) ha pubblicato un articolo secondo cui le immagini in cui gli iraniani in Iran inneggiano al principe Pahlavi sarebbero state create dall’intelligenza artificiale. In ogni caso, gli slogan in favore dell’erede al trono sono molto più numerosi nella diaspora che in Iran e, paradossalmente, lo scorso fine settimana nelle manifestazioni a Londra c’erano più bandiere di Israele che bandiere monarchiche. Si tratta di una campagna mediatica in cui il principe viene appoggiato da Israele, tant’è che nelle sue apparizioni su Instagram ha dichiarato che, se dovesse cadere il regime e fosse lui a guidare la transizione, come prima mossa riconoscerebbe proprio lo Stato di Israele. Riconoscere lo Stato di Israele, che ha aggredito l’Iran a giugno 2025, non è però una priorità per gli iraniani in Iran. Inoltre, il cognome Pahlavi evoca lo splendore dell’antico impero persiano, ma anche le diseguaglianze sociali ed economiche degli anni Sessanta e Settanta, le torture inflitte dalla polizia segreta dello scià (la terribile Savak, addestrata da USA e Israele), e l’asservimento a Londra e Washington. Nel caso del principe, l’asservimento è anche nei confronti di Israele, visto che è andato a baciare la mano di Netanyahu.

In conclusione, come ha osservato lo studioso Hamid Dabashi, docente alla Columbia e autore di numerosi volumi sui movimenti sociali in Iran, la caduta della Repubblica islamica è possibile solo se lo decidono i militari, ovvero i militari iraniani. Per il resto, oggi l’Iran non è un regime “teocratico” ma una oligarchia di ayatollah e pasdaran, in cui il potere è diffuso. Per questo motivo, eliminare il leader supremo Ali Khamenei non cambierebbe granché le cose: si passerebbe probabilmente a un regime militare, in mano ai pasdaran. Ora, che cosa potrebbe fare la comunità internazionale per aiutare gli iraniani in Iran? Potrebbe sembrare una provocazione, dopo decenni di sanzioni internazionali, dopo i bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno 2025, dopo le minacce del presidente Donald Trump di attaccare Teheran per poi far marcia indietro: l’unica soluzione sarebbe mettere fine al regime sanzionatorio. Soltanto così la popolazione iraniana potrebbe tornare ad avere una vita dignitosa e riprendere le forze per rovesciare, autonomamente, un regime che per anni ha negato i suoi diritti.

Questo vale anche nel caso in cui la comunità internazionale volesse aiutare le donne iraniane. In una società patriarcale come quella iraniana, il capo famiglia è il marito, come lo era d’altronde in Italia fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. Inoltre, secondo il diritto islamico, è il marito a dover mantenere la moglie e i figli. In questo contesto, quando c’è una crisi economica i datori di lavoro licenziano dapprima le donne, cercando di salvaguardare i posti di lavoro degli uomini. Di conseguenza, in questi decenni di sanzioni internazionali in Iran il tasso di occupazione femminile è diminuito. Paradossalmente, le ragazze sono però i due terzi della popolazione universitaria e i due terzi dei laureati. Anche per aiutare le donne iraniane, togliere le sanzioni sarebbe quindi opportuno. Ma non basterebbe a risollevare l’economia di un paese governato da cleptocrati.