Il 2025 ormai conclusosi è stato un anno in cui sul forex market, il mercato delle valute, non è mancata la volatilità, almeno a tratti e in particolare dopo l'annuncio dei dazi americani ad aprile.
Anche le sorprese non sono mancate: a inizio anno alcuni analisti prevedevano l'euro/dollaro sotto la parità: l'evoluzione, invece, è stata diametralmente opposta, con il cambio arrivato a superare anche 1,19, per poi assestarsi in area 1,15-1,17. Di fatto un calo di circa il 12% che sembra confermare il trend di debolezza della valuta americana quando alla Casa Bianca troviamo un presidente repubblicano.
Vediamo di seguito quali potrebbero essere i possibili sviluppi nel 2026.

Euro/Dollaro: il trend sembra ancora favorevole alla Moneta Unica

I temi chiave per l'andamento del principale cambio sembrano quasi scontati. Senz'altro le decisioni delle banche centrali, e pertanto i tassi di interesse, ma anche la geopolitica, con gli sviluppi della guerra commerciale, delle relazioni USA – Europa ed anche della situazione politica e fiscale francese. Temi ormai noti a tutti, ma ancora cruciali anche nell'anno venturo.
Nelle ultime settimane del 2025 abbiamo assistito ad una fase di consolidamento, con l'euro/dollaro che si è mosso in laterale fra 1,15 e 1,165, per poi tornare sopra 1,17 dopo che la Federal Reserve ha tagliato i tassi di interesse nell'ultimo meeting dell’anno, portandoli al 3,75%.
Al momento i mercati prezzano altri due tagli ai tassi per il 2026, mentre i banchieri centrali americani ipotizzano un solo taglio ai tassi da 25 punti base. Chiaramente bisognerà vedere il peso delle ingerenze politiche di Trump, con pressioni che potrebbero crescere ulteriormente con l'avvicinarsi delle elezioni di mid term.

Da notare, poi, che nel 2026 Jerome Powell lascerà il posto di Governatore e si va verso un board progressivamente più “colomba”, per assecondare le volontà della Casa Bianca. Ecco, quindi, un altro tema chiave: l'indipendenza della Federal Reserve. Eventuali tagli ai tassi non supportati da dati macroeconomici potrebbero avere l'effetto opposto a quello desiderato, indebolendo sì la valuta ma minando pericolosamente la fiducia degli investitori (e potenzialmente, in questo caso, alzando i rendimenti dei bond).
Lo scenario base resta quello di un dollaro moderatamente debole, che potrebbe cedere ancora un paio di punti percentuali, con un lento assestamento, dopo aver già perso 12-13 punti percentuali nel corso del 2025. Per contro, se invece la Fed dovesse essere costretta a tagliare i tassi più del dovuto, a fronte di un rallentamento significativo dell'economia, ecco che la discesa potrebbe essere più ampia, con il cambio che potrebbe puntare verso 1,22-1,25.
Chiaramente fra le variabili da considerare ci sarà anche l'andamento dell'Eurozona, con l'economia del Vecchio Continente che nel 2026 potrebbe trarre vantaggi dalle politiche degli ultimi mesi, con la maggiore spesa. Il tutto sembra sostenere la tesi di un euro in moderato recupero. In caso opposto, un rallentamento dell'economia europea potrebbe invece spingere la BCE ad altri tagli al costo del denaro, senza ulteriori discese in questo caso per il dollaro, con l'EUR/USD che potrebbe restare in questo ipotetico scenario in area 1,15-1,17, con spazio anche per discese verso 1,10-12 se l'economia americana dovesse invece reggere meglio, con una Fed meno accomodante del previsto.
Una nota a margine: va ricordato come la debolezza del dollaro abbia favorito il rally dei metalli preziosi, con l'oro in primo piano come riserva strategica in un contesto geopolitico sempre più complesso e imprevedibile.

Fonte: investing.com

Yuan: l'apprezzamento contro il dollaro potrebbe continuare nel 2026

Il dollaro ha perso terreno anche contro il renminbi, anche se il calo è stato minore. Infatti, il cambio fra la banconota verde e la divisa cinese è sceso di circa 3 punti percentuali, con la valuta asiatica che si è quindi apprezzata. Operativamente siamo passati da 7,30 a circa 7,05 yuan per ogni dollaro. Anche in questo caso il trend potrebbe proseguire, seppur al piccolo trotto.
Il nuovo piano quinquennale cinese (2026-2030) punta a promuovere l'autosufficienza tecnologica e quindi a ridurre la dipendenza dalle importazioni. Tutto ciò potrebbe generare un ulteriore miglioramento della bilancia commerciale, elemento che solitamente implica un rafforzamento della valuta. Resta da capire quanto di tutto ciò sia già prezzato.
Un altro fattore da considerare riguarda la politica monetaria della Banca Popolare Cinese, che ha favorito la stabilità della divisa, intervenendo per evitare movimenti eccessivamente volatili e supportando l'obiettivo di internazionalizzazione del renminbi. Nel complesso, la combinazione di stabilità interna, politiche di stimolo e obiettivi geopolitici rende probabile il mantenimento di una valuta cinese sottoposta a moderate pressioni rialziste anche nel 2026.
Al tempo stesso, la guerra commerciale con gli USA potrebbe limitare la forza dello yuan nel medio termine.
Come si può evincere dai numeri qui menzionati, le prospettive, almeno in linea teorica, per il cambio fra euro e yuan sono abbastanza neutrali, con il rapporto fra le due valute che potrebbe rimanere relativamente stabile.

Fonte: investing.com

Yen: fra una nuova Abenomics e i rischi di inflazione

Lo scenario per lo yen è completamente diverso e anche abbastanza complesso da prevedere. Per molti analisti lo yen è sottovalutato, forse anche in maniera vistosa, in particolare rispetto al dollaro. Però il cambio dollaro/yen è il cardine del carry trade e un recupero della divisa giapponese potrebbe determinare scossoni importanti, scenario non gradito né al Giappone né agli USA.
Inoltre, al momento non si vedono catalizzatori in grado di innescare un recupero significativo della valuta asiatica. Anzi, la vittoria del Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi alle elezioni di ottobre per la leadership del Partito Liberal Democratico ha rilanciato le attese per politiche fiscali e monetarie ultra-espansive, simili a quelle di Abe, fautore dell'Abenomics che di fatto ha fortemente deprezzato lo yen negli anni scorsi.
Va detto che l'inflazione è su valori relativamente alti (3,00%, come gli USA ma con tassi allo 0,50% contro il 3,75% della Federal Reserve). Nonostante ciò, il percorso di normalizzazione dei tassi del Giappone prosegue molto lentamente e lo yen potrebbe restare debole anche nel 2026. Resta da capire dove sia la linea Maginot che la Bank of Japan vorrà fissare. Probabilmente in area 160-162, sui precedenti massimi potremmo vedere nuovi interventi a sostegno della valuta.
Fra gli elementi a favore dello yen troviamo una politica monetaria che si muove – seppur lentamente – in direzione opposta a quella della Federal Reserve. I tassi nel paese del Sol Levante dovrebbero salire di mezzo punto percentuale nei prossimi dodici mesi, mentre quelli americani seguiranno, salvo sorprese, un percorso opposto. Ecco, quindi, che il carry trade sarà meno conveniente.
Altro tema: nell'ambito dell'accordo per ridurre i dazi statunitensi al 15%, il Giappone si è dovuto impegnare a investire fino a 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti. C'è da capire se ciò avrà impatti sul fronte valutario. Infatti, il Giappone detiene già circa 1,2 trilioni di dollari di riserve valutarie, in gran parte in dollari. E alla Casa Bianca senz'altro non dispiacerebbe se una parte di queste venisse utilizzata per finanziare questi investimenti, poiché ritiene che tali riserve siano state acquisite (anche) nel tentativo di mantenere lo yen sottovalutato a fini commerciali.

Fonte: investing.com

Franco svizzero: nel 2025 un rialzo in doppia cifra contro il dollaro USA

I tassi della Banca centrale svizzera sono già tornati a zero. Tutto ciò, però, non è bastato a fermare la corsa del franco svizzero il cui valore – corretto per l'inflazione – è ai massimi da decenni.
Numeri alla mano, con un dollaro si acquistano meno di 0,80 franchi (nel momento in cui scriviamo USD/CHF naviga in area 0,795), mentre il valore del franco è ampiamente superiore anche a quello dell'euro.
La Banca Nazionale Svizzera è tornata ad acquistare valuta estera per frenare l'apprezzamento del franco, lasciando intendere che ulteriori rafforzamenti valutari non siano graditi, in quanto frenerebbero l'economia (che si trova anche alle prese con i pesanti dazi americani). Al tempo stesso la BNS non pare intenzionata – almeno per il momento – a tornare a tassi negativi. L'eventualità, però, non è così remota, soprattutto in caso di shock sui mercati o di nuovi Quantitative Easing da parte della BCE o politiche monetarie particolarmente accomodanti negli USA. Da notare, poi, come la BNS voglia evitare i tassi negativi anche per evitare ulteriori polemiche con gli USA e le accuse di manipolare i cambi a suo favore.
Pertanto, le prospettive per il franco restano solide, anche per via della debolezza generalizzata delle altre valute. Vale la pena ricordare come il franco svizzero sia visto anche come bene rifugio. In un anno da record per l'oro, ecco che anche la divisa elvetica è stata oggetto di forti acquisti, nonostante i tassi a zero.

Fonte: investing.com